Lo scontro tra La Premier e La Dem si trasforma in un duello pubblico che odora di tattica: prima le allusioni, poi le smentite, e nel frattempo l'inchiesta va avanti mostrando contorni ben lontani dalla narrazione politicizzata. Chi paga il conto? I cittadini, la credibilità delle istituzioni e la stampa.


Lo spettacolo è servito: da un lato La Premier che reclama pubbliche scuse, dall’altro La Dem che nega di aver mai collegato il governo ai mandanti dell’attentato a Il Conduttore. Nel mezzo, la procura di Roma che continua a indagare e, secondo le risultanze emerse, indica Il Faccendiere come figura chiave della vicenda. Non è solo una questione di chi ha ragione su una frase detta in un congresso straniero o in un talk show: è la dimostrazione di quanto la politica italiana sia pronta a trasformare ogni indagine in un campo di battaglia per il consenso, invece di lasciare che la magistratura faccia il suo lavoro.
La scena: a ottobre 2025, davanti al congresso del Pse ad Amsterdam, La Dem pronunciò parole dure parlando di libertà di stampa e indicando, nel contesto, che «la libertà di espressione è a rischio quando l’estrema destra è al governo». Più tardi, in televisione, ribadì che «Non ho mai fatto nessun collegamento fra governo e mandanti». La Premier non ha esitato a trasformare la discrepanza in accusa personale: «Avrebbe dovuto chiedere scusa», scrive, addossando responsabilità politiche per assonanze e allusioni. È legittimo contestare il linguaggio politico, meno utile strumentalizzarlo: chi getta ombre senza aspettare i fatti contribuisce a inquinare il clima pubblico e a delegittimare, paradossalmente, proprio la libertà di stampa che invoca.
Non è questione di nicchie giornalistiche o di sfottò da talk: la sostanza è che i cittadini pagano in fiducia. Le famiglie, i lavoratori e chi paga le tasse vedono classi dirigenti che reagiscono a una vicenda penale come se stessero scrivendo il copione di una campagna elettorale. Se i pm ritengono Il Faccendiere coinvolto come mandante, lo si dica e lo si spieghi. Ma la risposta pubblica non può limitarsi a rivendicare vittoria o a chiedere scuse a turno: servono risposte istituzionali chiare, non selfie e tweet indignati.
La Dem si è difesa parlando di libertà di stampa e citando esempi internazionali: una posizione legittima e persino necessaria. Ma difendere un principio non autorizza ad alimentare insinuazioni di cui poi ci si pente o ci si scusa quando l’indagine prende una piega diversa. Dall’altro lato, La Premier sfrutta l’emergere di nuovi elementi per produrre un messaggio politico forte, utile a blindare consensi e spostare l’attenzione. Nel frattempo, Il Conduttore resta al centro di una vicenda complessa e gli unici davvero danneggiati sono la verità e la pazienza dei cittadini. Chi ha in mente l’interesse pubblico somigli più a un commentatore misurato che a un capopopolo in cerca di scoop: la democrazia merita questo, non il solito teatro della politica.
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