La linea annunciata dal designatore – usare il Var solo come sussidio eccezionale – è un passo nella giusta direzione. Ma per restituire autorevolezza all'arbitro servono scelte concrete e coraggio istituzionale.


Orsato ha rilanciato un punto essenziale: riportare l’arbitro al centro della partita. Se il designatore chiede di usare il Var come supporto eccezionale, il dibattito non è più solo tecnico ma culturale: quale calcio vogliamo vedere?
La partita vive di ritmo, gestione e autorità. Chi sta in campo deve poter decidere e farsi rispettare senza che ogni decisione sia rimessa a contestazioni infinite in sala Var. È una questione che riguarda anche chi a Roma segue la domenica con passione: dalle partite dei professionisti ai campi dei municipi, il buon funzionamento dell’arbitraggio è elemento di garanzia per tutti.
Il Var ha portato benefici indiscutibili, correggendo errori clamorosi e riducendo ingiustizie che un tempo restavano definitive. Ma il rischio evidente è che diventi la regola e non l’eccezione, trasformando ogni episodio in una sequenza di controlli che spezzano il gioco e svilupperanno un’unica regola non scritta: l’arbitro non decide più da solo. Tornare a una gerarchia chiara tra decisione sul campo e intervento tecnologico non significa negare la tecnologia, ma riconoscerne il ruolo di supporto e non di supplente.
Serve una linea condivisa e applicata con rigore: ridurre le tipologie di intervento Var a quelle davvero decisive (errori manifeste, scambi di persona, casi di identità), rendere pubblici i criteri di apertura delle review e valorizzare la figura dell’arbitro con formazione, sostegno istituzionale e comunicazione efficace. Il designatore può dettare la strategia, ma la svolta richiede anche che le società, i commentatori e il pubblico smettano di scaricare ogni responsabilità sul direttore di gara.
Per i tifosi romani, abituati a vivere il calcio tra Passione e quotidianità urbana, la sfida è semplice: chiedere partite più chiare, non partite con replay infiniti. L’arbitro non deve essere un capro espiatorio né un mero esecutore di video-check; deve tornare a essere l’attore centrale che tiene insieme le regole e il gioco. Se il Var rimane uno strumento di emergenza e l’arbitro ritrova autorevolezza, il calcio vince: sul campo e fuori, anche nella nostra città.
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