La segretaria dem incassa un assalto calibrato dal M5S e dall'ambientino pacifista, ma la partita sulle primarie e sulle clausole di agosto non è solo tattica: è prova di governo. Chi fa il moralista rischia di regalare il paese a Meloni.


Non è una lite di cortile, è una partita di centimetri sul campo della politica nazionale: Elly Schlein|la Battagliera si trova sotto assedio su tre fronti che pesano più di una polemica interna — Ucraina, spese militari e l’eventuale ingombrante avvicinamento a Mario Draghi|SuperMario. A chiamare le cartucce è soprattutto Giuseppe Conte|l’Avvocato, che con la campagna «La guerra la paghi tu» prova a trasformare in carne viva il malessere anti-riarmo di una parte dell’elettorato pentastellato. Non è un attacco sentimentale: è tattica pura per le primarie, e l’obiettivo è uno solo: rosicchiare consensi dove la segretaria dem non può permettersi cali di attenzione.
Il nodo è nudo: mostrare di saper governare. Elly Schlein|la Battagliera lo ha detto senza fronzoli in un’intervista, «Continueremo ad aiutare Kiev con ogni mezzo necessario», e sul banco ci sono le divisioni dentro il Pd, dove anime diverse non condividono la stessa lingua sulle spese per la difesa. Persino Lorenzo Guerini|il Realista ha bollato come «strumentale» la polemica sul riarmo, ma le accuse di ipocrisia volano: c’è chi punta il dito contro il ricorso a figure esterne alla politica di partito, chi storce il naso davanti a pagine di giornale — e alla firma aggressiva di Marco Travaglio|il Tribuno che ha avuto il buon gusto di mettere benzina sul fuoco.
Il risultato è un cortocircuito: la segretaria prova a raffreddare i bollori interni — «non si cada nelle provocazioni» è il mantra del Nazareno — ma la campagna di Giuseppe Conte|l’Avvocato è calibrata per mettere in difficoltà proprio lei: convincere che chi si oppone agli aiuti militari è il paladino della coerenza e che le primarie sono la sola via per dimostrare la cosiddetta autonomia del M5S. Nel frattempo emergono i pacifisti delusi, i disillusi e i giornali pronti a fornire copertura narrativa. È politica allo stato puro: costruisci il candidato, affossi l’avversario, speri che alla fine la base ti premi.
Il calendario però non aspetta le strategie di presa-consenso. Al Nazareno è cerchiata in rosso la data del 5 agosto, quando Giancarlo Giorgetti|il Contabile parlerà in Parlamento delle clausole di salvaguardia e della flessibilità per energia e difesa: appuntamento che potrebbe richiedere una risoluzione condivisa tra Pd, M5S e Avs. La domanda è semplice e scomoda: riusciranno gli alleati a fare una scelta comune su temi che toccano direttamente tasche e sicurezza dei cittadini, o le contraddizioni interne prevarranno ancora una volta? Un esponente dem sintetizza il sospetto più imbarazzante: «Conte dirà di sì anche agli aiuti militari a Kiev», come se la tattica del dissenso non dovesse mai sporcarsi delle stesse responsabilità che si vorrebbero rimproverare.
Il punto politico è questo: chi gioca al moralista nazionale quando si tratta di armamenti e politica estera dovrebbe avere la lucidità di misurare le conseguenze. Mettere sotto scacco una segretaria con campagne di puro posizionamento serve a conquistare microfoni, non a risolvere problemi concreti di sicurezza, spesa pubblica e coesione europea. Se la posta in gioco è davvero la governabilità, allora l’atteggiamento catastrofista del giorno dopo rischia di essere il miglior assist per chi spera nel fallimento degli avversari: ovvero, nel ritorno della destra al potere. Chi vuol fare la rivoluzione tattica sul voto delle primarie prenda atto: è un gioco che può anche tornare indietro, con gli interessi dei cittadini come prima vittima.
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