Mentre le famiglie si riuniscono su Facebook, Roma Ignora i Suoi Figli: Una Storia di Riunione che Svela il Nostro Abbandono
Come romano che vive in questa città da una vita, mi si stringe il cuore ogni volta che sento storie come quella di Irina, la zia arrivata dal Tagikistan negli anni Novanta, che ha finalmente ritrovato la nipote grazie a un post su Facebook. È una di quelle notizie che dovrebbero riempirci di speranza, ma per me, e per molti altri cittadini, è solo un’amara conferma di quanto la nostra amata Roma sia lasciata a se stessa. Mentre le persone si affidano ai social per colmare distanze create da decenni di trascuratezza, l’amministrazione comunale continua a ignorare le ferite profonde che segnano i nostri quartieri, facendoci sentire come estranei in casa nostra.
La storia è semplice e toccante: Irina, che ha costruito la sua vita a Roma dopo aver lasciato il Tagikistan, ha scoperto che la nipote mai conosciuta la stava cercando online. In un’intervista a Fanpage.it, ha detto: “Non potevo credere che fosse davvero lei”. È un momento di gioia pura, un ricordo che Facebook ha reso possibile per migliaia di persone in tutto il mondo. Ma qui, a Roma, questa reunion mi fa riflettere su quanto poco la nostra città offra a chi, come Irina, ha scelto di chiamarla casa. Molti cittadini lamentano che, invece di facilitare l’integrazione e il sostegno per le famiglie immigrate, l’amministrazione preferisce concentrarsi su progetti che non risolvono i problemi reali. Quartieri come Tor Bella Monaca o Centocelle, dove vivono tante persone come lei, sono lasciati nel degrado, con strade piene di buche, parchi invasi dalla sporcizia e servizi sociali inesistenti.
Ripensando ai fatti, è evidente che storie come questa non sono isolate, ma riflettono una percezione diffusa tra i romani: la tecnologia può unire le famiglie, ma la città non fa nulla per renderci più uniti come comunità. Irina è arrivata qui negli anni Novanta, un’epoca in cui Roma prometteva opportunità, ma oggi, in tanti si chiedono se le priorità dell’amministrazione siano corrette. Invece di investire in programmi di integrazione che aiutino le persone a sentirsi parte della città, si spreca tempo e risorse su grandi eventi o opere faraoniche che non toccano la vita quotidiana. La la percezione diffusa tra i romani è che i fondi pubblici vadano verso progetti di facciata, lasciando quartieri periferici senza manutenzione basilica, come illuminazione stradale adeguata o centri comunitari che potrebbero favorire incontri reali, non solo virtuali.
Criticamente, da cittadino che affronta ogni giorno il caos di Roma, vedo questo come un fallimento politico evidente. Molti lamentano che le scelte dell’amministrazione ignorino le esigenze di chi vive ai margini, come gli immigrati che contribuiscono alla nostra economia ma ricevono poco in cambio. Non si tratta di attaccare individui, ma di sottolineare come le priorità politiche – spesso orientate a corto termine e visibilità – trascurino il tessuto sociale della città. In quartieri come Esquilino o Tiburtina, dove la diversità è una ricchezza, i residenti segnalano servizi carenti: asili nido sovraffollati, trasporti inefficienti e un senso generale di abbandono che fa male. È come se l’amministrazione dicesse: “Arrangiati da solo”, mentre noi, i romani, ci sentiamo sempre più isolati. E storie come quella di Irina ce lo ricordano: se dobbiamo affidarci a un’app per ritrovare la famiglia, significa che lo Stato ha fallito nel creare una rete di supporto umana e concreta.
Alla fine, questa notizia dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti noi. Roma è una città di storie incredibili, ma troppe finiscono in delusione a causa di un’amministrazione che non ascolta. Molti cittadini si chiedono se non sia ora di ripensare le priorità, per trasformare Roma in un luogo dove le riunioni familiari non dipendono da un like su Facebook, ma dalla solidità dei nostri servizi e dal calore delle nostre comunità. Invito tutti i romani a condividere le proprie esperienze: siete d’accordo che è tempo di un cambiamento? Scriveteci nei commenti, perché solo unendo le voci possiamo spingere chi ci governa a fare di meglio per la nostra città.