L’ennesimo affronto al cuore di Roma: Quando i simboli della nostra città pagano per l’incuria amministrativa
Come romano doc, nato tra le strade acciottolate del centro e cresciuto respirando l’aria millenaria della Città Eterna, oggi mi si stringe il cuore e sale una rabbia sorda. Ogni volta che un simbolo come l’Obelisco dell’Elefante in Piazza Minerva viene colpito, non è solo un monumento a soffrire, ma è l’anima stessa di Roma che urla al mondo la sua trascuratezza. È un dolore personale, condiviso da migliaia di noi che viviamo quotidianamente il declino della nostra amata capitale, sentendoci abbandonati da chi dovrebbe proteggerla.
La notizia è ormai sulla bocca di tutti: l’iconico Obelisco dell’Elefante, quel capolavoro barocco di Piazza Minerva che da secoli affascina visitatori e romani, è stato oggetto di un atto di vandalismo. Il ministro Giuli ha espresso il suo sdegno, definendolo “inammissibile” e un’offesa a uno dei simboli più preziosi della nostra città. Le autorità stanno analizzando le telecamere di sorveglianza per ricostruire l’accaduto, ma intanto, l’immagine di quel nobile elefantino – forse danneggiato da graffiti o peggio – ci ferisce come una coltellata. È un fatto che non possiamo ignorare, un altro capitolo in una storia di degrado che sembra non finire mai.
Ma andiamo oltre i fatti, perché come cittadini, non basta registrare l’evento: dobbiamo riflettere sul perché Roma, con il suo patrimonio inestimabile, continua a essere esposta a tali barbarie. Molti romani lamentano che questo non sia un incidente isolato, bensì il sintomo di un degrado urbano dilagante. Passeggiando per quartieri come Trastevere o il centro storico, si vedono strade piene di buche, marciapiedi invasi dai rifiuti e monumenti coperti di scritte vandaliche. La percezione diffusa tra i romani è che l’amministrazione comunale stia voltando le spalle a questi problemi, privilegiando priorità politiche che sembrano lontane dalle esigenze reali della gente. In tanti si chiedono se le risorse vadano davvero dove servono: mentre i fondi per la manutenzione dei siti storici scarseggiano, si investe in progetti che appaiono più come spot elettorali che come soluzioni concrete.
Pensateci: come è possibile che una città come Roma, che vive di turismo e cultura, permetta che i suoi tesori cadano in rovina? La critica civica qui è inevitabile. L’amministrazione, con le sue scelte politiche, sembra dare priorità a grandi eventi o infrastrutture inutili, trascurando i quartieri periferici e i centri storici che agonizzano. È un’amara ironia: mentre il ministro Giuli condanna giustamente l’accaduto, molti di noi si sentono trascurati, come se la protezione del patrimonio fosse solo un slogan vuoto. I servizi carenti – dalle pulizie alle illuminazioni notturne – alimentano un circolo vizioso di abbandono, dove i vandali trovano terreno fertile. Non sto accusando nessuno senza prove, ma basterebbe ascoltare le voci della strada, quelle di negozianti e residenti che ogni giorno combattono contro il degrado, per capire quanto le priorità siano sbilanciate. “Dove sono finiti i soldi per la videosorveglianza nei siti storici?” si domanda un anziano del quartiere; “Perché non si investe in educazione civica per preservare la nostra bellezza?” aggiunge una madre di famiglia. Queste sono le domande che riecheggiano nei caffè e nei mercati, voci di un malcontento profondo che l’amministrazione sembra ignorare.
È tempo di cambiare rotta, Roma merita di più. Non possiamo continuare a piangere sui danni fatti ai nostri simboli senza interrogare le scelte che li hanno resi vulnerabili. Come cittadini, dobbiamo unirci e chiedere accountability: che fine hanno fatto i piani per la tutela del patrimonio? Gli appelli del ministro sono un inizio, ma serve azione concreta, non solo parole. Invito tutti voi, cari romani, a riflettere e a dire la vostra: è giunto il momento di un dibattito aperto, per far sentire la nostra voce e spingere l’amministrazione a rimettere al centro le vere priorità della città. Roma non è solo un museo, è la nostra casa – e non possiamo permetterle di crollare sotto il peso dell’incuria.