La recente sentenza della Cassazione sul caso di Stefano Cucchi ha riaperto antiche ferite. L’assoluzione del colonnello Sabatino, accusato di essersi opposto alle indagini sui depistaggi, appare un colpo basso per chi aspettava giustizia e verità. Come si può credere nella giustizia di uno Stato che protegge i suoi uomini, mentre punisce alcuni a caso?
«La verità deve emergere, anche a costo di far tremare i poteri», affermava una voce autorevole nelle aule di tribunale. Eppure, dopo una lotta durata anni, le famiglie delle vittime e i movimenti per i diritti umani si sentono traditi. Due carabinieri sono stati condannati, ma il colonnello che ha guidato il depistaggio è uscito illeso da questa battaglia legale. Un paradosso inaccettabile.
Questo caso rappresenta un simbolo di un sistema che mostra crepe sempre più profonde. Con la società civile in subbuglio, è chiaro che ci troviamo di fronte a una domanda collettiva: quali sono i limiti dell’imparzialità delle forze dell’ordine? E soprattutto, quali misure devono essere adottate per evitare che simili ingiustizie possano ripetersi?
La giustizia deve essere trasparente, non solo per chi ha il potere di giudicare, ma anche per chi vive il dramma degli abusi. La rabbia e la delusione espressa dalle famiglie di Cucchi è la stessa di chi, ogni giorno, si trova a contatto con un sistema giudiziario che non sempre sappiamo se possa garantire equità.
Ci aspettiamo risposte concrete e, se necessario, riforme radicali, perché il futuro della giustizia italiana non può essere un gioco al massacro di verità silenziate. Oggi più che mai, la domanda arriva diretta: chi deve rendere conto della giustizia che non arriva? E fino a quando saremo disposti a tacere?