“Donna, quanto ti abbiamo amato ai tempi del patriarcato”. Questo è lo slogan che ha acceso il dibattito in vista della giornata internazionale della donna. Provocatorio, diretto, e sì, anche scomodo. Un messaggio che non può passare inosservato.
Un gruppo di attivisti ha deciso di esporre questo striscione in un parco, e le reazioni non sono mancate. Da un lato, c’è chi applaude alla creatività, riconoscendo che per ridurre il gap di genere non bastano parole, ma sono necessarie azioni forti, capaci di far riflettere su una realtà innegabile. Dall’altro, ci sono coloro che giudicano questa provocazione come un’ulteriore stigmatizzazione delle relazioni uomo-donna, appellandosi al buon senso di una discussione “civile”.
Ma quale civiltà possiamo vantare se, ancora oggi, le donne subiscono ingiustizie quotidiane, discriminazioni, e violenze? La verità è che proprio nei momenti di crisi e insoddisfazione emerge un bisogno di dialogo sincero e coraggioso. Come ha detto un’attivista durante una manifestazione, “l’amore non può essere usato come arma di oppressione” e questo striscione è un tentativo audace di rompere il silenzio.
La questione non si riduce a un semplice slogan; è una questione di identità, di riconoscimento. Molti uomini affermano di essere dalla parte della causa femminista, ma quanto sono disposti a rinunciare ai propri privilegi? Non possiamo ignorare le strutture che supportano la disuguaglianza, ma dobbiamo anche riconoscere il rischio di tornare indietro se non si intraprendono azioni concrete.
Riflettiamo insomma: siamo pronti a mettere in discussione il patriarcato che permea le nostre vite? O dovremo aspettare il prossimo 8 marzo per tornare a parlare di diritti e libertà? Ogni giorno dovrebbe essere un invito a discutere, non solo il giorno della donna. E tu, che ruolo vuoi avere in questo cambiamento?