Referendum sulla giustizia, il vero nodo è uno solo: riportare la magistratura con i piedi per terra

Referendum sulla giustizia, il vero nodo è uno solo: riportare la magistratura con i piedi per terra

C’è una domanda che dovrebbe attraversare il dibattito pubblico senza ipocrisie: quante altre crepe deve mostrare il sistema giudiziario prima che qualcuno ammetta che così non può andare avanti?

Per anni agli italiani è stato raccontato che mettere mano alla giustizia fosse quasi un sacrilegio, come se magistratura, toghe e apparati giudiziari dovessero restare sospesi in una dimensione intoccabile, al di sopra delle critiche, al di sopra perfino delle conseguenze dei propri errori.

E invece la realtà, quella vissuta da cittadini, famiglie, professionisti e imputati poi assolti, racconta altro: processi interminabili, inchieste che distruggono reputazioni prima ancora di arrivare a sentenza, errori che lasciano macerie umane, economiche e psicologiche :chi vota SI è perchè ha avuto a che fare con questa magistratura direttamente o indirettamente e sa che il problema c’è ed è reale ; viceversa chi vota NO lo fa o perchè non ha mai avuto a che fare realmente con la giustizia e pensa, illudendosi, che le cose siano diverse.

È da qui che bisogna partire. Non dagli slogan, non dalla difesa corporativa di chi teme di perdere potere, ma dai fatti. Perché il punto vero non è “attaccare la magistratura”, come qualcuno prova a far credere. Il punto è impedire che una parte della giustizia continui a percepirsi come una casta separata dal Paese reale, blindata nelle proprie logiche interne e troppo spesso incapace di fare autocritica.

Chi ha avuto la sfortuna di toccare con mano la macchina giudiziaria sa bene che cosa significa finirci dentro, anche da innocente. Significa anni di attesa. Significa spese legali, ansia, salute compromessa, lavoro a rischio, famiglia travolta. Significa dover convivere con il peso di accuse che magari crollano, ma solo dopo aver già lasciato il segno. E allora la domanda diventa inevitabile: davvero si può continuare a difendere l’esistente come se nulla fosse?

In Italia i casi di mala giustizia, gli errori giudiziari, le assoluzioni arrivate dopo lunghi calvari ( chi può scordare il caso Enzo Tortora) e le vicende che hanno minato il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni non sono fantasie di qualche polemista. Sono ferite aperte. Sono il sintomo di un sistema che ha bisogno di essere riequilibrato, responsabilizzato, ricondotto entro un perimetro più sano e più vicino ai principi di garanzia.

Ecco perché questo referendum viene percepito da molti non come una resa dei conti ideologica, ma come un passaggio che può segnare un cambio di passo culturale prima ancora che normativo. Il messaggio è chiaro: nessun potere dello Stato può vivere su un piedistallo. Nessun ordine può considerarsi sottratto al giudizio dei cittadini. Nessuna funzione così delicata può continuare a reggersi su automatismi, autoreferenzialità e chiusure corporative.

Riformare non significa demolire. Significa correggere. Significa prendere atto che negli ultimi anni qualcosa si è spezzato nel rapporto tra cittadini e giustizia. E quando quel rapporto si incrina, non basta invocare il prestigio delle istituzioni: bisogna recuperare credibilità, trasparenza, equilibrio.

Per questo il cuore della discussione non dovrebbe essere la paura agitata da chi difende l’attuale assetto, ma la necessità di riportare giudici, magistrati e meccanismi della giustizia dentro una dimensione più concreta, più responsabile, più aderente alla vita reale delle persone. In una parola: più umana.

Per troppo tempo, ogni tentativo di critica è stato trattato come un’eresia. Ma una democrazia matura non teme di riformare i propri gangli più delicati. Li riforma proprio per salvarne la credibilità. E oggi, nel dibattito sulla giustizia, la vera posta in gioco sembra essere questa: continuare a proteggere un equilibrio che ha già mostrato tutti i suoi limiti, oppure aprire finalmente una stagione in cui anche chi esercita il potere giudiziario sia chiamato a scendere dal piedistallo e a tornare con i piedi per terra.

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