“Stop agli sfruttatori!” è l’urlo che risuona forte in piazza Re di Roma. I rider, simbolo di una precarietà che ha invaso le strade della Capitale, si sono radunati in un sit-in carico di indignazione e determinazione. Ma la loro battaglia non è isolata; si intreccia con quella di Alì, un migrante che ha fatto della sua bici non solo un mezzo di trasporto, ma un vero e proprio simbolo di lotta e speranza per un futuro migliore. Queste storie ci parlano di un’umanità in cerca di libertà, diritti e dignità.
Alì racconta: “Vivo sulla bici, ma è così che combatto. Non ho paura di alzare la voce”. E chi può blame him? La verità è che sia i rider che i migranti sono incapsulati in un sistema che li sfrutta incessantemente, trasformandoli in moderni schiavi del lavoro. Da un lato, i rider devono fare i conti con turni estenuanti e stipendi da fame, dall’altro, i migranti come Alì affrontano il precariato in mancanza di alternative dignitose, perseguitati da un pubblico e da un privato che spesso non si pongono neanche il problema del loro benessere.
Ma la protesta non finisce qui. Quando Usb si muove verso San Giovanni, portuali e attivisti per la casa sfilano insieme in un corteo che esprime una forza collettiva contro le ingiustizie sociali. La lotta per la sicurezza lavorativa e per case dignitose va a braccetto; non può esistere una società giusta senza diritti per tutti. In un momento in cui le disuguaglianze sono acuite dalla pandemia e dalla crisi economica, le voci che chiedono giustizia sono più forti che mai.
Dobbiamo chiederci: fino a quando assisteremo a questo scempio? Il bisogno di un risveglio collettivo è irrinunciabile. Le vite dei rider e dei migranti sono spezzate dalla paura e dall’ingiustizia, ma le loro storie possono diventare una fiamma di resilienza. Non possiamo rimanere in silenzio, devono unirsi le voci e le lotte di tutti quelli che credono in un futuro più giusto, onde evitare che questo diventi un secolo di vergogne.