Si fa presto a parlare di sicurezza, ma gli ultimi mesi a Roma consegnano un quadro di allarmante degrado che lascia il segno. Rapine e ricatti sessuali, si legge sui giornali, si abbattono come una scure su una città già provata. “Paga o dirò che sei gay”: è questo il nuovo grido di terrore lanciato nei confronti di chi cerca l’amore o semplicemente una compagnia durante questi tempi incerti. Ma che fine ha fatto la nostra sicurezza? Che messaggi stiamo dando?
Nei parcheggi, nei vicoli, anche nell’intimità delle chat, i romani si trovano a vivere una vita fatta di paura. Non si parla più di incontri, ma di aggressioni mascherate da sollecitazioni al pagamento di un pizzo emotivo. Questo modus operandi, frutto di un’inarrestabile evoluzione della criminalità, non sembra però trovare argini tra le istituzioni. E se nel frattempo le carceri romane continuano a riempirsi di vite spezzate, con due morti in una settimana a Rebibbia, la domanda che aleggia è: fino a quando ci lasceremo imbottire da questa insensibilità?
In un momento in cui i cittadini chiedono misure concrete e aiuto, ci si perde in annunci e promesse vuote. La garante dei detenuti parla di crisi, ed è vero: le carceri di Roma sono una polveriera pronta ad esplodere. Così come la nostra società, sempre più fragile e insicura. La mancanza di strategie per affrontare i fenomeni di violenza e degrado, vedendo la sicurezza trasformarsi da diritto in una mera illusione.
L’inefficienza delle autorità non può continuare a essere un silenzio assordante mentre noi viviamo nel terrore di chiunque ci possa ostentare piccole minacce quotidiane. Perché, che si parli di carceri o di violenza, ciò che conta è la vita di ognuno di noi, dignitosa e degna di rispetto.
I romani meritano di riprendersi le strade, le serate, la propria vita. E mentre ci si continua a chiedere come fare per restituire a Roma quell’atmosfera di serenità, ci si interroga: siamo davvero disposti a combattere per la nostra sicurezza, o ci accontentiamo di vivere tra le ombre?