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Montesacro, “Non votare, spara”: quando un muro di scuola diventa lo specchio di un disagio

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Montesacro, “Non votare, spara”: quando un muro di scuola diventa lo specchio di un disagio

C’è una differenza profonda tra una bravata e un segnale da non sottovalutare. La scritta comparsa sul muro della scuola secondaria di primo grado di piazza Monte Baldo, nel quartiere Montesacro, appartiene purtroppo alla seconda categoria. “Non votare, spara”: poche parole, violente, dirette, disturbanti. Parole che, proprio perché apparse su un edificio scolastico, non possono essere liquidate come semplice vandalismo.

Il plesso Don Bosco, parte dell’istituto comprensivo Piazza Capri, dovrebbe essere un luogo di crescita, educazione, confronto. Vederlo trasformato nel supporto materiale di un messaggio che rifiuta la partecipazione democratica e richiama simbolicamente alla violenza è qualcosa che inquieta. Non solo i genitori, non solo gli insegnanti, ma un’intera comunità.

Montesacro è un quartiere con una forte identità, una storia civile importante, una quotidianità fatta di famiglie, scuole, attività, relazioni. Proprio per questo quella frase pesa ancora di più. Perché irrompe in un contesto che non può permettersi di ignorare il disagio giovanile, la rabbia sociale, la sfiducia nelle istituzioni. Il cerchio anarchico tracciato intorno alla parola “spara” aggiunge un ulteriore elemento simbolico, ma il punto vero va oltre la sigla, oltre il gesto, oltre il muro imbrattato.

La domanda da porsi è scomoda: che cosa stiamo lasciando sedimentare tra i ragazzi? Quale linguaggio arriva prima dell’ascolto? Quale idea di futuro può nascere se la provocazione violenta diventa più visibile della partecipazione, del dialogo, della fiducia?

La condanna è necessaria, ma non basta. Cancellare la scritta è doveroso, individuare i responsabili è giusto, ripristinare il decoro è indispensabile. Ma sarebbe un errore fermarsi alla vernice. Quel muro va ripulito, certo. Però va anche letto. Perché un messaggio del genere, soprattutto quando appare vicino a una scuola, ci costringe a interrogarci sul rapporto tra giovani, istituzioni e territorio.

La scuola non può essere lasciata sola. Troppo spesso viene caricata di responsabilità enormi senza strumenti adeguati. Le famiglie chiedono sicurezza, gli insegnanti chiedono supporto, i ragazzi chiedono attenzione anche quando non trovano le parole giuste per farlo. E le istituzioni, locali e nazionali, hanno il dovere di esserci prima dell’emergenza, non solo dopo lo scandalo.

Servono presidi educativi, spazi di ascolto, attività culturali e sociali, una presenza costante nei quartieri. Serve ricostruire fiducia, soprattutto dove cresce l’idea che votare, partecipare, discutere non serva più a nulla. Perché è proprio in quel vuoto che attecchiscono le parole peggiori.

“Non votare, spara” non è solo una frase offensiva. È una sconfitta momentanea del linguaggio democratico. Ma può diventare anche un punto di ripartenza, se la risposta della comunità sarà più forte della provocazione.

A Montesacro oggi non basta cancellare una scritta. Bisogna riscrivere un patto: tra scuola, famiglie, istituzioni e ragazzi. Un patto che dica chiaramente che la rabbia si ascolta, il disagio si affronta, ma la violenza non può mai diventare un messaggio accettabile.

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