Domenica 2 agosto debutta a Tor Bella Monaca «Nostos: Il Ritorno», rilettura intimista dell’Odissea che trasforma Ulisse in un protagonista «complicato» e mobilita oltre venti attori. Bello sulla carta, ma la domanda resta: per chi si fa questo teatro?


Domenica 2 agosto debutta al Teatro Tor Bella Monaca Nostos: Il Ritorno, portato in scena dalla compagnia Blue In The Face e firmato da Enrico Maria Falconi|Il Pensatore del Nostos. L’operazione è ambiziosa: spogliare l’eroe omerico delle sue armature e trasformarlo in un uomo contemporaneo, fragile e «complicato». Il progetto reclama cittadinanza culturale in una periferia che raramente vede palchi così affollati e mette al centro la psiche più che la rotta. È una svolta che provoca interesse, ma anche perplessità: convertire il mito in terapia pubblica è legittimo, è artistico, ma a quale esigenza collettiva risponde davvero?
Il testo riparte dalla riscoperta di una traduzione che trasforma polytropos in «complicato», e con questo pretesto Enrico Maria Falconi|Il Pensatore del Nostos costruisce una messinscena corale con oltre venti interpreti che muovono la scena come un organismo geometrico. La cifra visiva e sonora promette grandiosità: un mare di ombre, isole che diventano ferite, Itaca come idea. Eppure il paradosso è evidente e irritante: la macchina corale serve a mettere in rilievo un protagonista che procede da solitario. Insomma, tanto pubblico in scena per esaltare l’individualismo eroico di turno — una contraddizione che fa riflettere su quanto teatro e narrazione contemporanea riescano a parlare alla collettività, non solo all’autore.
La Penelope pensata da Enrico Maria Falconi|Il Pensatore del Nostos viene riscritta come perno politico, non più tessitrice passiva: bene, era ora. Ma questa modernizzazione corre anche il rischio opposto: convertire il mito in un gioco di specchi in cui ogni figura mitologica è ormai solo la proiezione delle ossessioni di chi firma il progetto. Si può leggere Omero|Il Cantore come palestra di contemporaneità senza svuotarne la concretezza, ma la sensazione qui è di un teatro che si autocelebra. E se la scena punta a interrogare l’identità e il ritorno come ferita interiore, il pubblico meridionale, i cittadini di Tor Bella Monaca e i contribuenti romani meritano spiegazioni più concrete sul senso di investire mezzi e visibilità in linguaggi così autoreferenziali.
È curioso poi che, in un momento in cui il cinema cavalca un’ondata «odisseica» globale, Enrico Maria Falconi|Il Pensatore del Nostos si schermisca dichiarando:
«Pensi che io il film non l’ho visto e, per ora, non lo vedrò»
e rifiuti quindi qualsiasi contaminazione con l’adattamento di Christopher Nolan|Il Regista-Tempesta. Scelta comprensibile sul piano creativo, ma non è certo un salvacondotto dall’accusa di tendenza all’autoreferenzialità. Il teatro è necessario, soprattutto nei quartieri periferici: quando decide di parlare, lo deve fare per la città, non solo per la propria immagine. Se Nostos convince lo spettatore a guardarsi dentro e a tornare a casa con qualcosa di vivo, ben venga. Se invece rimane un elegante rito d’autore a uso e consumo dei circoli culturali, allora bisognerà continuare a chiedere conto di priorità, soldi pubblici e linguaggi che sembrano più occupati a celebrare se stessi che a restituire dignità culturale al territorio.
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