editoriale
Italiani “clandestini” in Libia: ma questi fanno sul serio?
Clandestini noi? La Libia scopre le frontiere quando arrivano gli “italiani”
Un gruppo della Global Sumud Flotilla, impegnato in una missione umanitaria diretta verso Gaza attraverso la Libia e l’Egitto, è stato fermato nei pressi di Sirte da milizie affiliate al generale Khalifa Haftar. Secondo quanto riportato dall’ANSA, tra gli attivisti con cui si sono persi i contatti ci sarebbero anche due italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia. La Farnesina si è attivata per verificare la vicenda, mentre da fonti locali è emersa anche l’ipotesi che gli attivisti possano essere trattati come “possibili clandestini”. (ANSA.it)
Ecco, fermiamoci un attimo.
Italiani fermati in Libia e trattati come possibili clandestini.
In Libia.
Proprio in Libia.
Cioè da uno dei principali territori di partenza dell’immigrazione irregolare verso l’Italia arriva oggi la grande lezione sulle frontiere, sui permessi, sugli ingressi autorizzati e sulla legalità. Verrebbe quasi da ridere, se non ci fosse da arrabbiarsi.
Per anni l’Italia ha dovuto gestire sbarchi, emergenze, centri d’accoglienza, trafficanti, partenze fuori controllo, accordi difficili, rimpatri complicati e un dibattito interno sempre più avvelenato. Per anni ci siamo sentiti dire che certe parole non si possono usare, che parlare di clandestinità è disumano, che pretendere regole è cattiveria, che chiedere espulsioni per chi non ha diritto a restare è propaganda.
Poi succede che alcuni italiani si trovano dall’altra parte del Mediterraneo e, improvvisamente, la parola “clandestino” torna buona. Torna legittima. Torna perfino istituzionale.
Ma davvero fanno sul serio?
Da che pulpito arriva questa lezione? Da un Paese spaccato, instabile, attraversato da milizie, checkpoint, autorità concorrenti e rotte migratorie che da anni scaricano sull’Italia una pressione enorme. E ora dovremmo accettare pure la morale sulla regolarità degli ingressi?
No, grazie.
Questa vicenda dovrebbe essere una sveglia nazionale. Non perché l’Italia debba imitare metodi arbitrari, militari o opachi. Non perché dobbiamo rinunciare al diritto, alle garanzie e alla tutela delle persone. Ma perché è arrivato il momento di dire una cosa semplice: uno Stato serio controlla chi entra, chi passa, chi resta e chi deve andare via.
Se in Libia possono fermare cittadini italiani e considerarli irregolari perché non riconosciuti dalle autorità locali, allora l’Italia deve smetterla di vergognarsi quando applica lo stesso principio a casa propria.
Chi entra legalmente, lavora, rispetta le regole e ha diritto a restare deve essere tutelato. Chi fugge davvero da guerre e persecuzioni deve essere valutato secondo le norme internazionali. Ma chi entra illegalmente, non ha diritto alla protezione e resta sul territorio senza titolo deve essere rimpatriato. Punto.
Non è razzismo.
È legalità.
È reciprocità.
È buon senso.
Il razzismo è prendersela con le persone per ciò che sono. Qui il punto è un altro: l’Italia non può continuare a essere trattata come il terminale obbligatorio di ogni emergenza mediterranea, mentre quando sono gli italiani a muoversi fuori dai confini vengono bloccati, identificati, trattenuti e forse espulsi senza troppi complimenti.
E allora basta con i complessi di colpa. Basta con l’Italia sempre in difesa. Basta con la paura di dire che l’immigrazione indisciplinata, incontrollata e fuori da ogni regola è un problema politico, sociale e nazionale.
La Farnesina faccia tutto il necessario per proteggere i nostri connazionali. Ma il governo, la politica e l’opinione pubblica facciano anche un ragionamento più grande: se perfino la Libia ci considera “clandestini” quando varchiamo un confine senza il loro via libera, allora forse dovremmo smetterla di farci prendere in giro quando chiediamo la stessa cosa sulle nostre coste.
La frontiera non può essere sacra solo quando la difendono gli altri.
E soprattutto non può essere uno scandalo solo quando a essere fermati siamo noi italiani.
