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Trattare l’ipertrofia prostatica, cos’è l’embolizzazione e perché riduce gli effetti collaterali e il dolore

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Trattare l'ipertrofia prostatica, cos'è l'embolizzazione e perché riduce gli effetti collaterali e il dolore

(Adnkronos) – L’ipertrofia prostatica è una patologia benigna che colpisce circa il 50% degli uomini sopra i 50 anni e più o meno il 90% degli ultraottantenni. Si tratta infatti di una condizione para fisiologica legata all’invecchiamento. Non è un tumore, ma un ingrossamento che comprime l’uretra, ostacolando il normale deflusso dell’urina. In generale, parliamo di un campo in cui l’esperto è prima di tutto l’urologo e lo conferma anche il professor Michele Rossi, direttore della Radiologia Interventistica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma: “In pieno spirito di collaborazione tra radiologia interventistica e urologia, nel nostro ospedale con l’embolizzazione proponiamo al paziente una valida alternativa al bisturi e alla chirurgia tradizionale. Questa tecnica – spiega all’Adnkronos Salute – viene usata in poche strutture in Italia, perché richiede una particolare esperienza e tecnologia avanzata; nei casi da noi esaminati (circa un centinaio negli ultimi tre anni) ha prodotto risultati evidenti e importanti”.  

Ma cos’è esattamente l’embolizzazione per l’ipertrofia prostatica benigna? “Una procedura mininvasiva che si sta rilevando, a mio giudizio, una sorta di rivoluzione. Attraverso un piccolo catetere – sottolinea Rossi – inserito nell’arteria femorale o radiale, raggiungiamo i vasi che alimentano la prostata e iniettiamo delle microparticelle che chiudono il flusso sanguigno. Di conseguenza, la prostata si riduce di volume e i sintomi ostruttivi scompaiono o si riducono considerevolmente”. 

Qual è la differenza con la chirurgia tradizionale? “Prima di tutto l’intervento avviene in anestesia locale senza nessuna sedazione. Non genera alcun tipo di dolore e preserva la funzione sessuale del paziente e non comporta rischio di eiaculazione retrograda – risponde il professore – In genere il giorno seguente il paziente può fare ritorno a casa e alla sua vita normale. Specifichiamo, inoltre, che poiché non tocchiamo l’uretra né lo sfintere del collo vescicale per via meccanica, il rischio di incontinenza con l’embolizzazione è pressoché inesistente”. Quanto dura l’intervento? “La procedura al massimo può durare 60 minuti – ricorda – Dopo l’intervento, è possibile avere la sensazione di fastidio a livello pelvico per qualche giorno. E per questo consigliamo l’uso di antinfiammatori locali o sistemici. In qualche settimana, invece, la prostata comincia a ridursi. Dopo tre mesi, gli effetti sono tangibili”. 

 

Chi può effettuare l’intervento? “La letteratura scientifica di supporto include ormai numerosi studi prospettici e studi clinici randomizzati (Rct), che hanno portato al riconoscimento della procedura nelle attuali linee guida della Società Americana di Urologia, quale alternativa all’intervento chirurgico in molti casi. Sempre in accordo con l’urologo è senza dubbio proposto nei pazienti in cui la chirurgia è controindicata per necessarie terapie anticoagulanti o per comorbidità – chiarisce Rossi – Abbiamo positivissimi riscontri in pazienti anziani con cateteri vescicali a permanenza che hanno potuto rimuoverlo dopo l’embolizzazione, con una riduzione dei rischi infettivi e un netto miglioramento della qualità della vita. Lo proponiamo agli uomini sopra i 50 anni che nel corso del tempo non hanno tratto beneficio dalla terapia farmacologica o che vogliono ridurla o sospenderla e non vogliono sottoporsi all’intervento chirurgico. La condizione imprescindibile è che ci sia una prostata molto voluminosa e che questa sia la reale causa dei disturbi urinari. Per questo l’inquadramento clinico è importante, così come una maggiore consapevolezza e conoscenza dei pazienti sull’argomento”. 

E quanto durano questi effetti benefici? “In letteratura i tassi di successo clinico si collocano tra il 76% e l’82% a 3-6 anni. Certamente non abbiamo dati a lunghissimo termine, sia per la tipologia dei pazienti presi in carico, sia perché è una tecnica relativamente giovane. Va ricordato comunque che anche la chirurgia non è in tutti i casi un intervento definitivo, con un tasso di reintervento del 5-15%. In caso di insuccesso l’embolizzazione, non preclude un successivo intervento chirurgico”, avverte Rossi.  

Infine, si sente parlare sempre di più dell’embolizzazione, perché? “Oltre all’embolizzazione dell’ipertrofia prostatica, la radiologia interventistica usa questa metodologia anche per il fibroma uterino, le artrosi articolari, in generale molte malformazioni vascolari possono essere embolizzate. E questo limitandoci al solo settore delle patologie benigne. Parliamo di una tecnica che adottiamo routinariamente qui al Sant’Andrea in più settori. La possibilità di lavorare in sinergia con urologia, ginecologia e altri campi è per tutti noi fondamentale e utile a garantire al paziente la cura più adatta al suo problema”, conclude.  

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