La sentenza non chiude il caso Regeni. La difesa del maggiore egiziano Sharif, condannato a dieci anni per il sequestro di Giulio Regeni, annuncia l’appello e punta anche a sollevare una questione davanti alla Corte costituzionale.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, l’avvocata d’ufficio Anna Lisa Ticconi ha chiarito la linea difensiva con una frase destinata a riaccendere il confronto: «Non credo nell’innocenza del mio assistito, credo nella verità processuale». Una distinzione netta, che separa il giudizio personale della legale dalla necessità di verificare se il procedimento abbia rispettato tutte le garanzie previste.
Il nodo riguarda i limiti introdotti dalla riforma Cartabia nei procedimenti con imputati irreperibili. La difesa sostiene che quelle regole possano avere inciso sul caso e intende chiedere un esame di legittimità costituzionale. Il passaggio, però, non è automatico: la Consulta non viene investita direttamente dalla parte, ma attraverso un giudice chiamato a valutare la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione.
È qui che il caso Regeni torna a misurarsi con una contraddizione difficile da eludere. Da una parte c’è l’esigenza di arrivare a una verità giudiziaria sulla morte di Giulio, una vicenda che ha segnato profondamente l’opinione pubblica e i rapporti tra Italia ed Egitto. Dall’altra ci sono le regole del processo, che devono valere anche quando l’imputato non è presente e quando la ricerca della responsabilità si confronta con ostacoli internazionali.
L’appello potrebbe quindi non limitarsi a contestare la ricostruzione accolta in primo grado. La difesa sembra voler mettere in discussione anche il quadro normativo che ha consentito di arrivare alla sentenza in assenza dell’imputato. Saranno i giudici del secondo grado, e in caso di iniziativa sulla costituzionalità il giudice competente, a stabilire se le contestazioni abbiano basi sufficienti.
Cosa sappiamo dopo la sentenza e quali sono i prossimi passaggi
Il dato confermato è la condanna di Sharif a dieci anni per il sequestro di Giulio Regeni e l’intenzione della difesa di presentare appello. La legale ha inoltre annunciato un’iniziativa legata alla riforma Cartabia e ai procedimenti con imputati irreperibili. Resta da verificare quali specifiche norme saranno contestate e con quale formulazione processuale.
Il prossimo passaggio sarà dunque la formalizzazione dell’impugnazione. Solo dopo si potrà capire quali parti della sentenza verranno sottoposte al giudizio d’appello e se la questione costituzionale sarà ritenuta ammissibile e rilevante. I tempi potrebbero allungarsi, ma l’eventuale ricorso alla Consulta non equivale né all’annullamento della condanna né a un nuovo accertamento automatico dei fatti.
Il punto centrale resta quello che accompagna il caso fin dall’inizio: quanto può spingersi la giustizia per cercare la verità e, nello stesso tempo, quanto deve fermarsi per garantire un processo valido? È un equilibrio difficile, soprattutto quando la vittima non può più parlare e il procedimento continua a dipendere anche da regole e decisioni che vanno oltre il singolo imputato.
Ora il confronto si sposta nelle aule giudiziarie. E la domanda che rimane aperta è se il nuovo capitolo processuale riuscirà ad avvicinare la verità sulla morte di Giulio Regeni o finirà per rendere ancora più lungo il percorso per arrivarci.
