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James Franco a Roma sfida lo smartphone: il cinema diventa performance

James Franco a Roma sfida lo smartphone: il cinema diventa performance

Il cinema può ancora chiedere al pubblico di fermarsi, invece di scorrere? È la domanda che accompagna Desert films, la performance di un’ora in inglese portata da James Franco all’Ambra Jovinelli di Roma.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il progetto è diretto dallo stesso attore americano e utilizza la videocamera come parte del racconto, dentro atmosfere ispirate a Strade perdute di David Lynch. Non una semplice proiezione e nemmeno uno spettacolo teatrale tradizionale: il punto sembra essere proprio l’incertezza del confine.

Franco, in questo caso, non si limita a occupare la scena come interprete. La performance mette in discussione il ruolo dell’attore, del regista e dello spettatore, chiamato a orientarsi in un linguaggio che nasce dal cinema ma si consuma dal vivo. La videocamera diventa così uno strumento narrativo, non soltanto un mezzo per registrare ciò che accade.

Il richiamo a Lynch suggerisce un immaginario fatto di fratture, identità instabili e realtà che non procede in linea retta. Ma il riferimento non va letto come una garanzia automatica di mistero o profondità. La vera scommessa è capire se l’atmosfera riesca a trasformarsi in esperienza condivisa, oppure se resti soltanto una citazione riconoscibile.

“Il cinema non è più soltanto ciò che vediamo sullo schermo: è anche il modo in cui ci viene chiesto di guardare”. È questo il nodo culturale dell’appuntamento romano. Davanti a una performance dal vivo, il pubblico non può interrompere la visione con un gesto sul display, né affidarsi interamente al montaggio già confezionato da altri.

Quando il cinema esce dallo schermo

La presenza di Desert films all’Ambra Jovinelli si inserisce in una trasformazione più ampia. Il cinema contemporaneo attraversa teatri, gallerie, installazioni e piattaforme digitali, mentre il formato verticale impone nuove regole alla fruizione da smartphone. Il quadro si allarga, ma anche il tempo dell’attenzione si restringe.

Il confronto non è tra linguaggi vecchi e linguaggi nuovi. Il video verticale ha reso più accessibile la produzione e ha permesso a molti autori di sperimentare senza le risorse di una grande industria. Il rischio, però, è che la forma venga modellata sempre più sulle esigenze dell’algoritmo: pochi secondi per catturare l’attenzione, immagini immediatamente leggibili, storie semplificate per non perdere lo spettatore.

Una performance come quella annunciata all’Ambra Jovinelli propone invece un patto diverso: entrare in uno spazio, accettare un ritmo, condividere una durata. Non significa che la visione dal vivo sia per definizione superiore allo smartphone. Significa che ogni tecnologia porta con sé una diversa idea di pubblico e di racconto.

Il tema, allora, non è stabilire se il futuro appartenga al grande schermo, al teatro o al telefono. È chiedersi chi controlli davvero la forma delle storie: l’autore, lo spettatore o la piattaforma che decide cosa merita di essere visto. E se il cinema vuole ancora sorprendere, forse dovrà prima di tutto sottrarsi alla comodità delle formule già riconoscibili.

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