In un festival affollato di immagini, costumi e personaggi, il disegno può diventare qualcosa di più di una tecnica: un luogo mentale in cui fermarsi. È da questa idea che parte la testimonianza dell’illustratore mantovano Barbieri, tra i protagonisti della mostra segnalata a Romics.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, l’artista descrive il proprio rapporto con il disegno con parole semplici e profonde: «Disegno e trovo il mio rifugio». Non è soltanto una dichiarazione sul mestiere dell’illustratore, ma una chiave per leggere il valore personale delle immagini, soprattutto in un tempo in cui creatività e condivisione sembrano spesso inseparabili.
Disegnare significa costruire forme, ma anche dare un ordine a ciò che ancora non lo ha. Un foglio può diventare uno spazio protetto, nel quale sperimentare identità, paure e possibilità senza doverle spiegare subito agli altri. È questa dimensione intima a rendere interessante la presenza di Barbieri a Romics: dietro il risultato esposto resta il percorso individuale di chi quelle immagini le ha cercate, corrette e infine rese visibili.
La mostra, indicata tra quelle da non perdere, porta così al centro non soltanto l’opera finita, ma il gesto che la precede. In un appuntamento dedicato alle culture visive contemporanee, il pubblico è chiamato anche a interrogarsi su cosa significhi oggi guardare un’illustrazione: riconoscere uno stile, certo, ma anche intuire il mondo interiore da cui quello stile nasce.
Il contesto: Romics e il disegno come spazio di espressione
Romics rappresenta un punto d’incontro per linguaggi diversi, dal fumetto all’illustrazione, dalle costruzioni visive legate ai personaggi alle forme più ampie dell’immaginario contemporaneo. In questo contesto, una mostra dedicata a un illustratore può svolgere una funzione importante: ricordare che il disegno non è soltanto intrattenimento o decorazione, ma anche ricerca, memoria e costruzione di un’identità artistica.
Il racconto di Barbieri aggiunge una prospettiva umana a questo percorso. Se il disegno è un rifugio, la mostra diventa il momento in cui quel rifugio si apre agli altri, senza perdere la sua origine personale. È una trasformazione delicata: ciò che nasce nella solitudine dello studio entra nello spazio pubblico e può diventare riconoscibile, condiviso, persino necessario a chi osserva.
Resta una domanda, forse la più interessante: quando guardiamo un’illustrazione, vediamo soltanto l’immagine oppure anche il luogo interiore da cui è arrivata?
