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Archivi di Roma, l’IA apre le porte della memoria ma non basta

Archivi di Roma, l’IA apre le porte della memoria ma non basta

La memoria di Roma rischia di restare chiusa in migliaia di faldoni, registri e documenti difficili da consultare. L’intelligenza artificiale può cambiare questo scenario, ma la digitalizzazione non è una scorciatoia: senza controlli, risorse e regole pubbliche, anche l’innovazione può produrre nuovi errori.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, alla Fondazione Caetani è in programma una tavola rotonda articolata su tre giorni per discutere dell’impiego delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale nella gestione del patrimonio degli enti. Un confronto che porta al centro una questione concreta: come rendere accessibili archivi preziosi senza trasformare la tutela della memoria in una semplice gara tecnologica.

Per gli archivi storici romani, il primo passaggio è la conversione ordinata dei materiali analogici in formato digitale. La tecnologia può aiutare a riconoscere testi, catalogare documenti, collegare nomi e luoghi e velocizzare la ricerca. In prospettiva, uno studioso o un cittadino potrebbero trovare in pochi minuti informazioni oggi disperse tra inventari diversi e consultabili soltanto in presenza.

Ma il risultato prodotto da un software non è automaticamente una fonte certa. Grafie antiche, pagine danneggiate, abbreviazioni e linguaggi non più in uso possono generare trascrizioni sbagliate o collegamenti imprecisi. «La domanda non è soltanto quanto sia potente l’algoritmo, ma chi controlli ciò che restituisce»: è qui che il tema tecnologico diventa una questione culturale e istituzionale.

Perché gli archivi storici stanno cambiando con l’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale può offrire strumenti utili per tre obiettivi: conservare copie digitali di materiali fragili, rendere ricercabili collezioni molto ampie e migliorare l’accesso pubblico alla documentazione. Può inoltre sostenere il lavoro degli archivisti, senza sostituirne la valutazione, soprattutto quando occorre interpretare il contesto storico di un documento o distinguere tra omonimie e informazioni incomplete.

Il punto più delicato riguarda però la responsabilità. Ogni archivio digitalizzato dovrebbe indicare la provenienza del documento, il livello di affidabilità della trascrizione e gli eventuali interventi automatici. Servono inoltre garanzie sulla tutela dei dati personali contenuti nei materiali, criteri trasparenti per l’accesso e una supervisione umana capace di correggere gli errori. Se queste condizioni mancano, il rischio è creare una memoria apparentemente ordinata ma parziale, difficile da verificare e dipendente da sistemi non sempre comprensibili al pubblico.

La sfida riguarda anche il divario tra chi possiede gli strumenti per consultare le nuove piattaforme e chi ne resta escluso. Un archivio più accessibile non è soltanto quello disponibile online: è quello accompagnato da spiegazioni, percorsi di ricerca, assistenza e politiche che garantiscano la fruizione a cittadini, scuole e studiosi.

Roma ha quindi davanti un passaggio decisivo. L’IA può proteggere una parte del patrimonio dall’oblio e avvicinare la memoria della città a un pubblico più ampio, ma non può decidere da sola che cosa conservare, come interpretarlo e a chi renderlo disponibile. La tecnologia aprirà davvero gli archivi o rischierà soltanto di spostare il controllo della memoria nelle mani di pochi?

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