Una stanza affittata ai turisti può diventare, in poche ore, una base per lo spaccio, un luogo per feste fuori controllo o un punto d’appoggio per chi si muove nell’economia criminale. È questo il lato più difficile da vedere dei B&B abusivi a Roma: non solo evasione e concorrenza sleale, ma strutture opache dove i controlli diventano più complicati.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, un bed & breakfast di via Milazzo sarebbe stato utilizzato come base da alcuni pusher, mentre a Trastevere una stanza sarebbe stata al centro di feste con droga e alcol. Si tratta di episodi specifici, la cui ricostruzione giudiziaria dovrà chiarire responsabilità e collegamenti. Il dato politico e sociale, però, è più ampio: quando una casa vacanza opera fuori dalle regole, chi entra, chi esce e cosa accade dentro può diventare molto più difficile da verificare.
Il punto non è criminalizzare il turismo né confondere ogni affitto breve con un’attività illegale. Il problema nasce quando l’assenza di registrazioni, controlli e responsabilità crea una zona grigia. In quella zona possono trovare spazio lavoro nero per pulizie e manutenzione, ricettazione, uso temporaneo di appartamenti e, secondo le ipotesi da verificare caso per caso, anche attività di spaccio o organizzazione di furti.
È una trasformazione importante anche per la cronaca dei furti a Roma. I ladri non hanno più necessariamente bisogno di un covo stabile: possono utilizzare alloggi prenotati con identità difficili da verificare, cambiare quartiere rapidamente e sfruttare il flusso continuo di visitatori per confondersi. Non significa che ogni struttura irregolare sia collegata a una banda. Significa, però, che le indagini devono incrociare dati sugli affitti, presenze, pagamenti, videosorveglianza e movimenti delle persone.
Per polizia e carabinieri la sfida non è soltanto intervenire dopo una denuncia. È individuare i segnali prima che l’alloggio diventi un punto di appoggio: cambi frequenti di ospiti, lamentele ripetute, accessi notturni, annunci duplicati, assenza di comunicazioni obbligatorie e intestazioni difficili da ricostruire. Ma controlli efficaci richiedono anche collaborazione tra amministrazioni, piattaforme, proprietari e vicinato. Senza questo incrocio, ogni intervento rischia di restare isolato.
«La domanda è semplice: chi controlla davvero cosa succede dentro una casa affittata per pochi giorni?» Non basta sapere che un appartamento è online o che qualcuno ha pagato una prenotazione. Servono tracciabilità, verifiche e sanzioni effettive, senza trasformare l’intero mercato degli affitti brevi in un bersaglio indistinto.
Le zone più esposte e come cambiano i controlli
Il caso di via Milazzo porta l’attenzione sull’area di Termini, dove l’alta mobilità e la presenza di numerosi alloggi per soggiorni brevi possono rendere più difficile distinguere la normale attività ricettiva da un utilizzo strumentale degli appartamenti. Trastevere, citata per gli episodi legati alle feste con droga e alcol, presenta un’altra criticità: la pressione della movida, con rumori, affitti temporanei e frequenti cambi di ospiti.
Dal centro storico all’area del Vaticano, il controllo non può basarsi soltanto sulla chiusura di una struttura dopo un episodio. Occorre capire chi gestisce l’immobile, chi incassa, chi si occupa delle pulizie, quali documenti vengono raccolti e se esistono collegamenti con altri appartamenti. Il coinvolgimento di reti criminali resta da dimostrare nei singoli casi; ma proprio per questo l’analisi dei flussi e delle responsabilità è decisiva. Se il sistema continua a intervenire soltanto quando arriva lo spaccio o un furto, la domanda è inevitabile: quante strutture irregolari restano invisibili prima del prossimo controllo?
