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Chi siamo quando recitiamo? Calabresi e Di Domenico a Roma

Chi siamo quando recitiamo? Calabresi e Di Domenico a Roma

Quante volte, nella vita di ogni giorno, interpretiamo un ruolo senza nemmeno accorgercene? È da questa domanda che prende forma Tutti gli uomini che non sono, lo spettacolo con Paolo Calabresi e Carolina Di Domenico in scena all’Ambra Jovinelli di Roma fino all’11 ottobre.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il lavoro affronta il tema delle maschere che indossiamo e di quelle identità che costruiamo per essere accettati, protetti o semplicemente riconoscibili agli occhi degli altri. Non è soltanto una riflessione sul teatro: è il teatro che diventa uno specchio delle nostre abitudini, delle aspettative e delle omissioni quotidiane.

La frase «La verità sul palco è che nulla è vero», attribuita a Paolo Calabresi nel racconto dello spettacolo, contiene il paradosso centrale della rappresentazione. La scena è dichiaratamente artificiale, ma proprio per questo può avvicinarsi a verità che nella vita reale tendiamo a nascondere. Un attore finge, mentre chi guarda può finire per riconoscersi.

La presenza di Carolina Di Domenico accanto a Calabresi contribuisce a costruire un confronto tra prospettive, posture e modi diversi di stare dentro un ruolo. Il punto non sembra essere stabilire quale identità sia autentica e quale invece costruita, ma osservare quanto sia fragile il confine tra le due.

In una città come Roma, dove lo spazio pubblico è anche uno spazio di rappresentazione continua, il tema assume un significato particolare. Ci si mostra per lavorare, per piacere, per difendersi, per non sembrare vulnerabili. Ma ogni maschera, prima o poi, chiede un prezzo: la fatica di mantenerla, il timore che cada, il dubbio su ciò che resta quando non serve più.

Le maschere quotidiane oltre il palcoscenico

La forza di uno spettacolo come Tutti gli uomini che non sono sta nella possibilità di spostare la domanda dal palco alla platea. Qual è il ruolo che interpretiamo davanti alla famiglia? Quale davanti ai colleghi? E quanto delle nostre scelte nasce davvero da un desiderio personale, invece che dalla necessità di corrispondere a un’immagine?

Il teatro non offre necessariamente una risposta, e forse non è questo il suo compito. Può però rendere visibile una contraddizione: cerchiamo autenticità, ma spesso ci sentiamo al sicuro soltanto dentro una parte. Uscendo dall’Ambra Jovinelli, il pubblico potrebbe ritrovarsi con una domanda più scomoda dello spettacolo stesso: la maschera ci impedisce di essere noi stessi o, qualche volta, è proprio ciò che ci permette di mostrarci?

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