Dieci esplosioni in tre mesi, tra l’Alessandrino, Don Bosco e San Basilio. Non è soltanto una sequenza di attentati: è un segnale di pressione criminale che colpisce quartieri abitati, condominì e attività economiche, mentre gli investigatori cercano di capire se dietro gli ordigni ci sia una guerra per il controllo di estorsioni e traffico di cocaina.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il caso è arrivato all’attenzione della prefettura dopo l’ennesimo episodio, avvenuto nella notte tra lunedì e martedì a San Basilio, dove un ordigno sarebbe stato lanciato all’interno di un condominio. La matrice e le responsabilità restano da accertare, ma nelle valutazioni istituzionali è comparsa una frase pesante: “Questa è mafia”.
Il punto, però, è distinguere ciò che è già documentato dalle ipotesi investigative. Le esplosioni sono il dato concreto; il collegamento organico con il clan Senese e l’eventuale guerra interna per il controllo dei traffici dovranno essere provati dagli accertamenti di polizia e carabinieri, attraverso rilievi, testimonianze e ricostruzione dei moventi.
La geografia degli attentati racconta comunque una presenza capace di attraversare aree diverse della Capitale. Alessandrino, Don Bosco e San Basilio non sono un unico teatro criminale, ma quartieri nei quali la paura può diventare uno strumento di controllo. Quando un ordigno arriva in un condominio, il bersaglio non è più soltanto chi lo riceve: l’intimidazione investe anche famiglie, vicini e residenti.
Estorsioni e droga rappresentano, secondo lo scenario investigativo richiamato dalle fonti, due possibili direttrici della contesa. La cocaina produce liquidità e relazioni, mentre le richieste estorsive puntano a trasformare quella forza economica in controllo sul territorio. Ma parlare di una strategia unitaria o attribuire ogni episodio a una sola organizzazione, allo stato attuale, sarebbe prematuro.
La domanda che Roma deve porsi è scomoda: quante esplosioni servono prima che la paura venga considerata un problema strutturale di sicurezza e non una somma di episodi isolati? La risposta non può essere affidata soltanto all’emergenza. Servono indagini rapide, protezione per chi denuncia e una presenza stabile dello Stato nei quartieri coinvolti.
Le dieci esplosioni: luoghi e sequenza degli attentati
La sequenza indicata dalle ricostruzioni comprende dieci bombe nell’arco di tre mesi, con episodi segnalati tra l’Alessandrino, Don Bosco e San Basilio. Le informazioni disponibili non consentono, al momento, di ricostruire pubblicamente per ciascun ordigno data, bersaglio e dinamica con un livello di dettaglio verificato: gli elementi puntuali restano da confermare.
L’ultimo episodio noto è quello della notte tra lunedì e martedì a San Basilio, dove l’ordigno sarebbe stato lanciato in un condominio. La cronologia completa dovrà chiarire se gli attacchi presentino modalità tecniche e obiettivi ricorrenti, oppure se siano episodi diversi accomunati soltanto dalla violenza dell’escalation. È proprio questo passaggio che potrà distinguere una guerra criminale organizzata da una serie di azioni ancora non collegate formalmente dagli investigatori.
Nel frattempo, la pressione sui residenti è già un fatto. Se le ipotesi su estorsioni, droga e clan Senese saranno confermate, Roma si troverebbe davanti a una sfida che non riguarda soltanto l’ordine pubblico, ma la capacità delle istituzioni di impedire che il terrore diventi una forma di governo informale dei quartieri.
