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Don Coluccia minacciato al Quarticciolo: chi difende il presidio?

Don Coluccia minacciato al Quarticciolo: chi difende il presidio?

Quando un sacerdote impegnato contro lo spaccio viene accerchiato e minacciato, la domanda non riguarda soltanto la sua sicurezza personale. Riguarda il tipo di città che Roma intende essere: una città in cui la presenza civile arretra davanti all’intimidazione o una città capace di proteggere chi prova a ricucire un territorio fragile.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, l’episodio è avvenuto al Quarticciolo e don Coluccia, noto per il suo impegno contro lo spaccio, è sotto scorta. Le modalità dell’accaduto e le responsabilità individuali dovranno essere chiarite dagli accertamenti: le minacce riferite sono un fatto da prendere sul serio, ma non autorizzano condanne definitive prima delle verifiche.

Il punto, però, è già evidente. Un presidio sociale può diventare scomodo proprio perché porta visibilità dove spesso prevalgono silenzio, paura e rassegnazione. Don Coluccia non è un investigatore e non può sostituire le forze dell’ordine, ma la sua presenza pastorale e civile rappresenta una forma di prossimità che lo Stato non dovrebbe lasciare sola.

“La sicurezza non si difende chiedendo ai cittadini coraggiosi di fare gli eroi”. È questa la linea che le istituzioni dovrebbero assumere senza esitazioni. Chi denuncia il degrado, sostiene le famiglie e contrasta la cultura dello spaccio deve poter contare su protezione, ascolto e continuità. Altrimenti ogni iniziativa resta esposta alla pressione di chi vuole trasformare il quartiere in una zona franca.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare il Quarticciolo in un’etichetta. Un quartiere non coincide con le persone che delinquono, così come il degrado non può diventare una condanna collettiva per chi ci vive. Parlare di sicurezza significa distinguere: da una parte le eventuali intimidazioni e i reati, dall’altra una comunità che ha diritto a servizi, spazi curati, opportunità e presenza pubblica stabile.

La risposta non può ridursi a una passerella dopo l’emergenza. Servono controlli efficaci e rispettosi della legge, ma anche prevenzione, sostegno educativo, assistenza sociale e una strategia contro lo spaccio che non lasci vuoti dopo gli interventi. La repressione è indispensabile quando ci sono reati; da sola, però, non ricostruisce fiducia né sottrae terreno alla marginalità.

Quarticciolo, tra presidio sociale e sicurezza

Il caso di don Coluccia mostra la tensione tra tre esigenze che non possono essere messe in concorrenza: proteggere le persone esposte, contrastare concretamente le attività illegali e non abbandonare le comunità che vivono nei territori più fragili. Se una figura impegnata sul piano pastorale deve essere accompagnata da una scorta, il tema non è soltanto individuale: è il segnale di una pressione che richiede una risposta istituzionale coordinata.

Il presidio sociale funziona quando non è episodico. Chiese, scuole, associazioni, servizi comunali, polizia e carabinieri devono poter operare dentro una cornice comune, senza scaricare sui singoli il peso di una battaglia collettiva. La domanda scomoda è semplice: Roma vuole limitarsi a proteggere chi resiste alle intimidazioni, oppure è pronta a rimuovere le condizioni che rendono quelle intimidazioni possibili?

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