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Morta al Pertini dopo la sleeve: chiesto il rinvio a giudizio

Morta al Pertini dopo la sleeve: chiesto il rinvio a giudizio

Una donna di 63 anni è morta dopo un intervento eseguito all’ospedale Pertini di Roma. Il chirurgo è accusato di aver reciso l’aorta durante la procedura: per il medico è stato chiesto il rinvio a giudizio, ma l’accusa dovrà essere valutata nelle sedi giudiziarie competenti.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la paziente era stata ricoverata per problemi legati a calcoli alla cistifellea e aveva accettato di sottoporsi anche a una sleeve gastrectomy, un intervento che riduce il volume dello stomaco con l’obiettivo di favorire il dimagrimento. Dopo l’operazione, però, le sue condizioni si sarebbero aggravate fino al decesso.

Il punto centrale dell’inchiesta riguarda la dinamica dell’intervento e il momento in cui sarebbe stata provocata la lesione all’aorta. Si tratta, allo stato delle informazioni disponibili, di un’accusa rivolta al chirurgo e non di una responsabilità definitivamente accertata. Saranno gli atti dell’indagine, le valutazioni medico-legali e il successivo percorso processuale a stabilire che cosa sia accaduto in sala operatoria e se vi siano state condotte penalmente rilevanti.

In casi come questo, il rinvio a giudizio non coincide con una condanna. Significa che l’accusa ritiene necessario sottoporre la vicenda al vaglio di un giudice, nel contraddittorio tra le parti. È una distinzione essenziale, soprattutto quando al centro ci sono una vittima, una famiglia che chiede risposte e un professionista che dovrà poter esercitare il diritto alla difesa.

Cosa sappiamo dell’intervento e dell’inchiesta

La sequenza finora emersa è questa: il ricovero per i calcoli alla cistifellea, il consenso a una sleeve gastrectomy, il peggioramento delle condizioni dopo l’intervento e infine la morte della 63enne. Il dettaglio sulla presunta lesione dell’aorta rappresenta il nodo dell’accusa, ma non consente da solo di ricostruire l’intera catena clinica: restano da chiarire i controlli eseguiti, i tempi della diagnosi e le decisioni adottate dopo il peggioramento.

Anche il tema del consenso merita attenzione. Accettare un intervento significa ricevere informazioni sui rischi e sulle alternative, ma la valutazione del consenso deve essere collegata alle circostanze concrete e alla documentazione sanitaria. Sarà il procedimento a chiarire se le informazioni fornite fossero complete e se l’assistenza successiva all’operazione abbia rispettato gli standard richiesti.

La domanda che resta aperta non è soltanto chi abbia sbagliato, ma come sia stato possibile arrivare a un esito fatale e se i segnali di allarme siano stati riconosciuti in tempo. In attesa degli accertamenti, l’unica conclusione corretta è lasciare che siano le prove, e non il clamore, a stabilire le responsabilità.

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