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Ostia, il mosaico di Pasolini sfregiato: arte o guerra di territorio?

Ostia, il mosaico di Pasolini sfregiato: arte o guerra di territorio?

Chi decide che cosa può stare nello spazio pubblico di Roma? A Ostia il mosaico che raffigura Pier Paolo Pasolini nei panni di Adolf Hitler è stato vandalizzato. In via Veneto, nello stesso momento, la città prepara invece una celebrazione elegante della Dolce Vita, tra guanti appartenuti alle dive e memoria del cinema.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il comitato Stagni ha collegato l’atto vandalico a un possibile contrasto con i propri progetti per la realizzazione di piste ciclabili. È una lettura che dovrà essere verificata: al momento, il dato certo è il danneggiamento dell’opera, mentre movente e responsabilità restano da chiarire.

Il mosaico, già costruito su un’immagine volutamente urticante, mette insieme la figura di Pasolini e quella di Hitler. Può essere letto come una denuncia, una provocazione artistica, un accostamento sulla violenza del potere oppure, al contrario, come una rappresentazione giudicata offensiva e banalizzante. Il vandalismo non risolve nessuna di queste domande: le sposta soltanto dal piano del confronto a quello dello scontro.

“Un’azione contro i nostri progetti di realizzare piste ciclabili”: questa è la posizione espressa dal comitato Stagni. Ma proprio qui si apre il nodo più delicato. Se il sospetto è che l’opera sia stata colpita per una ragione legata alla trasformazione del quartiere, occorrono elementi concreti, non soltanto coincidenze o contrapposizioni locali. Attribuire un movente senza conferme rischia di trasformare un episodio grave in un nuovo terreno di conflitto.

La vicenda racconta però qualcosa di più ampio. A Ostia l’arte pubblica appare esposta alle tensioni sul futuro del territorio: mobilità, riqualificazione, identità del quartiere e uso degli spazi comuni. Un’immagine può diventare il simbolo di una parte, anche quando nasce con l’ambizione di interrogare tutti. E quando ogni simbolo viene percepito come una bandiera, il confronto diventa più difficile.

Due immagini di Roma, la stessa disputa sullo spazio pubblico

Via Veneto offre il volto opposto, almeno in apparenza. Dal 14 al 25 ottobre una collezione di guanti d’epoca, associati a figure come Audrey Hepburn e Marilyn Monroe, ripropone il legame tra cinema, moda e artigianato italiano. All’inaugurazione sono attesi anche Neri Parenti e Maurizio Mattioli. Non è una semplice esposizione di oggetti: è un’operazione di memoria, ma anche una vetrina per un luogo che continua a vivere del proprio racconto cinematografico.

La differenza tra Ostia e via Veneto è evidente: da una parte un’opera contestata e vandalizzata, dall’altra un patrimonio culturale ordinato in mostra e pronto a diventare evento. Eppure il meccanismo di fondo è simile. Entrambi i casi usano immagini forti per definire un’identità territoriale: Pasolini come figura inquieta e divisiva, la Dolce Vita come marchio riconoscibile e rassicurante.

La memoria pubblica, però, non è mai neutrale. Può costruire appartenenza, attirare attenzione e consenso, ma anche escludere chi non si riconosce nella narrazione dominante. Il problema non è soltanto decidere quali opere esporre o quali stagioni celebrare. È capire se una città sappia difendere il diritto alla provocazione senza confonderlo con l’oltraggio e il diritto al dissenso senza trasformarlo in danneggiamento.

Non è documentato, allo stato delle informazioni disponibili, un legame diretto tra il vandalismo di Ostia e la mostra di via Veneto. Il confronto serve piuttosto a mettere in luce due modi diversi di occupare lo spazio pubblico: uno fondato sulla frizione, l’altro sulla valorizzazione di una memoria condivisa. Roma può permettersi entrambe le cose, ma deve anche essere capace di spiegare chi decide, chi finanzia, chi protegge e chi viene ascoltato.

Se un’immagine controversa viene cancellata invece che discussa, e una memoria popolare viene celebrata senza interrogarsi sulle sue esclusioni, la domanda resta aperta: Roma vuole davvero uno spazio pubblico capace di raccontare tutte le sue contraddizioni?

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