Per anni Pete Doherty è sembrato più un titolo da tabloid che un musicista: la relazione con Kate Moss, gli eccessi, le prime pagine e il disordine trasformato in spettacolo. Il 7 ottobre, all’Orion di Ciampino, torna invece la parte più difficile da raccontare: quella di un artista ancora capace di stare sul palco senza farsi divorare dal personaggio.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, Doherty sarà a Roma con i Babyshambles per celebrare i vent’anni di Down in Albion, il disco che nel 2005 fissò su vinile la sua idea irregolare di rock britannico. Non è soltanto un anniversario: è il ritorno di una figura che sembrava destinata a essere ricordata soprattutto per ciò che accadeva fuori dalla musica.
La sua storia, però, non si può ridurre alla cronaca degli eccessi. Dai Libertines ai Babyshambles, Doherty ha costruito canzoni in cui melodia, fragilità e caos convivevano senza chiedere il permesso. La sua forza non è mai stata la perfezione, ma la capacità di trasformare il disordine in una forma riconoscibile, persino quando la vita sembrava sottrargli il controllo.
È qui che il racconto diventa più interessante e anche più scomodo. Il pubblico ha spesso consumato il personaggio prima ancora di ascoltare l’artista: ogni caduta diventava contenuto, ogni apparizione una prova da commentare. Ma applaudire il passato autodistruttivo sarebbe un errore. Il punto non è celebrare i demoni, bensì capire che cosa resta quando il rumore dei tabloid si spegne.
Oggi Doherty viene raccontato come padre e uomo finalmente più equilibrato, pur senza cancellare le fragilità che fanno parte della sua biografia. “Non sono sopravvissuto per diventare un monumento: sono tornato per continuare a suonare”, potrebbe essere la sintesi ideale di questo passaggio, più utile di qualunque leggenda costruita intorno alla sua vita privata.
Il concerto romano arriva così in un’epoca che divora rapidamente i propri idoli. Prima li trasforma in meme, poi li archivia appena smettono di essere scandalosi. Doherty resiste a questa logica perché non offre una redenzione confezionata: porta con sé il passato, ma non sembra più disposto a lasciargli tutta la scena.
Dai Libertines a Roma: le tappe della reinvenzione di Pete Doherty
Con i Libertines, Doherty ha contribuito a riportare nel rock britannico un’urgenza ruvida, romantica e quasi letteraria. Il rapporto creativo e conflittuale con Carl Barât alimentò il mito della band, ma furono soprattutto le canzoni a lasciare un’impronta: brani brevi, nervosi, capaci di unire strada e poesia.
I Babyshambles rappresentarono poi una seconda traiettoria, meno ordinata e più esposta alle contraddizioni del loro autore. Down in Albion resta il documento di quella stagione: un album imperfetto, mobile, pieno di intuizioni e fratture. A vent’anni di distanza, il suo interesse non dipende soltanto dalla nostalgia, ma dal modo in cui racconta un artista ancora in lotta con la propria immagine.
Il passaggio decisivo è arrivato quando la sopravvivenza ha smesso di essere una posa e ha assunto il significato concreto di una scelta quotidiana. Se il ritorno a Roma confermerà questa nuova fase, il pubblico non assisterà soltanto alla celebrazione di un vecchio disco: si troverà davanti alla domanda più difficile per ogni icona tormentata, cioè se sia possibile essere ascoltati davvero dopo essere stati consumati come personaggi.
Doherty non ha bisogno di essere assolto e nemmeno santificato. Gli basta dimostrare che la musica può durare più a lungo della caricatura che gli altri hanno costruito intorno a lui. Ma Roma sarà pronta ad ascoltare l’artista, o continuerà a cercare soltanto il fantasma del ragazzo da prima pagina?
