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Roma, affitti brevi e tassa di soggiorno: chi paga il conto?

Roma, affitti brevi e tassa di soggiorno: chi paga il conto?

A Roma il turismo riempie alberghi, appartamenti e casse comunali. Ma mentre la città incassa, per molti residenti trovare una casa è diventato «una sorta di lotteria». Il punto è semplice e scomodo: quanto spazio resta a chi nella Capitale deve vivere tutto l’anno?

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, nell’ultimo anno il Comune ha recuperato 5 milioni di euro legati alla tassa di soggiorno non versata. Una somma rilevante, ma anche il segnale di un sistema che continua a presentare falle. Sui mancati pagamenti si moltiplicano inoltre i procedimenti davanti alla Corte dei Conti, dove dovranno essere chiarite responsabilità e importi.

Qui sta la prima contraddizione. La tassa di soggiorno è denaro dovuto alla città, destinato a sostenere servizi e gestione del flusso turistico. Se qualcuno la incassa e non la riversa, il danno non riguarda soltanto il bilancio pubblico: ricade su una Roma già costretta a rincorrere emergenze, manutenzione e pressione abitativa.

Ma il problema non finisce con l’evasione dell’imposta. Gli affitti brevi sottraggono una parte degli alloggi al mercato ordinario, soprattutto nelle zone più richieste. Ogni appartamento destinato quasi esclusivamente ai visitatori può diventare, per un residente, un contratto lungo che non arriva. Non è una condanna del turismo. È la domanda su chi debba sostenere i costi del suo successo.

Il mercato, intanto, premia spesso la soluzione più redditizia nel breve periodo. Un proprietario può essere spinto a preferire prenotazioni frequenti e tariffe variabili invece di un inquilino stabile. E quando a questo si aggiungono B&B abusivi, attività non dichiarate e controlli difficili, gli operatori regolari finiscono esposti a una concorrenza che, se confermata caso per caso, sarebbe innanzitutto sleale.

Non basta quindi celebrare i numeri del turismo. Bisogna verificare quanti alloggi restano davvero disponibili per studenti, lavoratori e famiglie. Bisogna sapere quanti operatori versano correttamente le imposte e quanti, invece, sfuggono ai controlli. E bisogna capire se le regole vengono applicate con la stessa severità in centro e nei quartieri più lontani dai riflettori.

Dove la pressione degli affitti brevi si sente di più a Roma

La tensione tende a concentrarsi nelle aree più attrattive per chi visita la Capitale: il centro storico, le zone vicine ai grandi monumenti, i quartieri ben collegati e quelli dove la domanda turistica è più costante. Sono gli stessi luoghi in cui per un residente il canone può diventare difficile da sostenere e l’offerta di locazioni classiche più scarsa.

Il fenomeno non resta confinato alle strade più fotografate. Quando gli alloggi destinati ai soggiorni brevi aumentano, la pressione può spostarsi anche nei quartieri serviti dal trasporto pubblico, dove i visitatori cercano alternative meno costose. Senza dati aggiornati e controlli trasparenti, però, ogni graduatoria delle zone più colpite deve essere letta con cautela: i quartieri più richiesti vanno indicati sulla base di numeri verificabili, non soltanto delle impressioni.

La responsabilità, dunque, non è soltanto dei proprietari o dei gestori. Il Comune deve recuperare le imposte, contrastare l’abusivismo e rendere pubblici i risultati dei controlli. Il governo deve garantire regole applicabili. E la politica deve decidere se la casa è prima di tutto un bene per chi abita Roma o una rendita da massimizzare quando la domanda turistica sale.

Recuperare 5 milioni è un risultato, ma non può diventare l’alibi per dire che il problema è risolto. Se ogni euro recuperato arriva dopo un contenzioso e ogni casa tolta al mercato ordinario rende più difficile restare in città, Roma sta davvero governando il turismo oppure si limita a inseguirne gli effetti?

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