Un corteo pacifico attraversa il centro di Roma e arriva fino alla Sapienza. Poi, tra le immagini della manifestazione pro-Palestina, compare uno striscione che definisce il 7 ottobre “Giornata della Resistenza”: è qui che il diritto di manifestare si separa dal peso delle parole.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la scritta è apparsa nel corso della manifestazione dedicata alla Palestina e alla guerra a Gaza. Il corteo, per quanto riferito, si è svolto pacificamente, ma quel messaggio ha riportato al centro una domanda difficile: si può sostenere la causa palestinese senza finire per attenuare, giustificare o celebrare la violenza contro i civili?
La risposta non può essere affidata agli slogan. Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto attacchi contro civili israeliani, con uccisioni, ferimenti e presa di ostaggi. Chiamare quella giornata “resistenza” rischia di cancellare la sofferenza delle vittime e di rendere ambiguo il confine tra la denuncia dell’occupazione e la legittimazione di un attacco terroristico. Allo stesso tempo, condannare quello striscione non può diventare un pretesto per negare il diritto di manifestare a sostegno dei palestinesi o per confondere ogni critica al governo israeliano con l’antisemitismo.
È questo il nodo che la piazza romana lascia aperto. Da una parte c’è la libertà di espressione e di riunione, che deve essere tutelata anche quando il messaggio è scomodo. Dall’altra c’è la responsabilità pubblica delle parole, soprattutto quando evocano una giornata segnata da vittime civili e da una guerra che continua a produrre lutti, sfollati e paura.
La distinzione è essenziale anche sul piano della sicurezza. Non ogni manifestante pro-Palestina sostiene Hamas, così come non ogni critica a Israele è antisemitismo. Ma uno slogan che celebra o normalizza l’uccisione di civili può alimentare tensioni e ferire comunità già esposte, proprio mentre cresce il rischio che il dolore degli uni venga usato per negare quello degli altri.
Il 7 ottobre tra diritto di manifestare, vittime e linguaggio pubblico
Una manifestazione può essere pacifica nella sua dinamica e controversa nel suo linguaggio. Le due cose non si escludono. Per questo il compito delle istituzioni e degli organizzatori non dovrebbe limitarsi a evitare incidenti: serve anche chiarire quali messaggi rappresentano la protesta e quali, invece, trasformano la piazza in una celebrazione della violenza.
Il contesto è quello della guerra tra Israele e Hamas, con le vittime israeliane del 7 ottobre e la tragedia palestinese nella Striscia di Gaza. Tenere insieme queste realtà non significa costruire equivalenze automatiche, ma rifiutare l’idea che una sofferenza renda invisibile l’altra. A Roma il corteo ha riproposto il conflitto anche come battaglia sul linguaggio: la libertà di parola deve essere difesa, ma può una piazza chiedere giustizia mentre usa parole che sembrano negare quella delle vittime?
