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Roma Est, il carcere non ferma la guerra: il caso Senese

Roma Est, il carcere non ferma la guerra: il caso Senese

La conferma degli arresti non chiude la partita. A Roma Est, la permanenza in carcere di Michele Senese e la decisione del Tribunale del Riesame sugli altri indagati riportano al centro una domanda scomoda: quanto è davvero solido il controllo dello Stato quando un’organizzazione criminale riesce a riorganizzarsi anche dopo le operazioni giudiziarie?

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il Riesame ha confermato le misure cautelari per le persone indicate dagli investigatori come mandanti dell’omicidio di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli. Nessuno sconto, secondo la stessa ricostruzione, anche per Bennato e Capriotti. Si tratta però di una fase cautelare: le responsabilità dovranno essere accertate nei successivi passaggi giudiziari.

Il dato giudiziario è netto, ma non basta a spiegare ciò che accade sul territorio. Gli attentati e le intimidazioni descritti nel quadro investigativo, se confermati nelle modalità e nelle responsabilità, non rappresenterebbero soltanto episodi di violenza criminale. Potrebbero essere segnali di pressione, messaggi rivolti a rivali e attività economiche, una forma di controllo esercitata attraverso la paura.

È qui che la vicenda di Senese assume un significato più ampio. La criminalità romana non appare necessariamente legata a una sola catena di comando visibile. L’ipotesi investigativa e l’analisi degli ultimi procedimenti suggeriscono piuttosto alleanze variabili, interessi condivisi e gruppi capaci di collaborare quando conviene, senza rinunciare a conflitti e regolamenti di conti.

Non è una trasformazione che autorizza generalizzazioni sui residenti di Roma Est. Al contrario, proprio chi vive nei quartieri interessati rischia di pagare il prezzo più alto: serrande abbassate, attività esposte alle pressioni, paura di parlare e una presenza dello Stato percepita spesso come intermittente. La violenza criminale non descrive una comunità; descrive il vuoto che i clan tentano di occupare.

Roma Est e la nuova geografia della criminalità organizzata

Il caso conferma, almeno sul piano delle ipotesi investigative, che la risposta giudiziaria può colpire figure considerate centrali senza cancellare automaticamente reti, relazioni e interessi economici. Un arresto interrompe una capacità operativa, ma non sempre elimina i rapporti costruiti nel tempo né la disponibilità di denaro e complicità.

La possibile evoluzione è quella di una criminalità meno gerarchica e più fluida: gruppi che si avvicinano per un affare, si dividono su un altro e utilizzano la violenza dimostrativa per ridefinire gli equilibri. È una lettura da verificare caso per caso, non una conclusione già acquisita. Saranno le indagini, gli atti processuali e le eventuali sentenze a chiarire il ruolo effettivo dei singoli indagati.

Il punto politico, però, resta aperto. Se arresti e sequestri non sono accompagnati da prevenzione, controlli patrimoniali, protezione per chi denuncia e servizi stabili nelle periferie, il rischio è che il territorio venga lasciato libero di produrre nuovi intermediari. La domanda non riguarda soltanto quanto durerà la detenzione di un boss, ma chi occuperà lo spazio economico e sociale lasciato scoperto.

Per i residenti, la sicurezza non può ridursi all’arrivo delle forze dell’ordine dopo un’esplosione o a un’operazione annunciata a indagini concluse. La vera misura dell’efficacia dello Stato sarà la capacità di rendere quei quartieri meno vulnerabili prima della prossima intimidazione. E su questo, al di là delle conferme del Riesame, il conto resta ancora aperto.

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