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Scuole occupate a Roma, protesta o allarme? Nel mirino tre istituti

Scuole occupate a Roma, protesta o allarme? Nel mirino tre istituti

È protesta studentesca o il sintomo di una scuola romana sempre più sotto pressione? Al Lattanzio e al Levi Civita gli studenti hanno occupato gli istituti, mentre allo Chateaubriand circa 150 ragazzi hanno manifestato con cartelli e fischietti.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la mobilitazione si inserisce nell’onda dei cosiddetti “Les blocages”, il modello di protesta nato in Francia e arrivato anche nelle scuole della capitale. Ma dietro una stessa forma di contestazione si muovono questioni diverse: il tetto agli studenti stranieri, le condizioni degli edifici, i costi dell’istruzione e il timore di riduzioni del personale.

Al Lattanzio e al Levi Civita, istituti del quadrante Prenestino, il nodo non sembra essere soltanto la protesta contro singoli provvedimenti del governo e del ministero dell’Istruzione e del Merito. Gli studenti denunciano anche problemi legati all’edilizia scolastica: una questione che a Roma torna ciclicamente, tra strutture da manutenere, spazi insufficienti e la sensazione che l’emergenza venga affrontata solo quando diventa impossibile ignorarla.

La domanda è inevitabile: quanto può reggere una scuola chiamata a garantire sicurezza, inclusione e qualità quando gli interventi sugli edifici procedono più lentamente delle promesse? Al momento, sulle singole criticità tecniche e sulle eventuali verifiche svolte negli istituti, non risultano nei materiali disponibili dettagli sufficienti: ogni ulteriore valutazione resta quindi da confermare.

Allo Chateaubriand il quadro è differente. La protesta, che avrebbe coinvolto circa 150 studenti, riguarda l’aumento delle rette, i tagli denunciati e il rischio di una riduzione del personale. Qui il tema non è soltanto quello della didattica, ma anche dell’accessibilità: se i costi crescono e le risorse diminuiscono, chi rischia di restare fuori?

È proprio questa la contraddizione che rende la mobilitazione romana più ampia di una semplice sequenza di occupazioni. Da una parte si discute del limite alla presenza di studenti e studentesse stranieri; dall’altra, in un istituto francese, si contesta il possibile ridimensionamento dell’offerta e l’aumento delle rette. Il punto comune, almeno secondo le ragioni riferite dagli studenti, è la paura che la scuola diventi meno aperta e meno capace di rispondere a una società complessa.

Le scuole romane al centro della protesta

Nel giro di pochi giorni il territorio restituisce una mappa articolata. Lattanzio e Levi Civita rappresentano il fronte delle occupazioni nel Prenestino, con rivendicazioni che intrecciano politica scolastica e condizioni degli edifici. Lo Chateaubriand porta invece in piazza il tema dei costi, dei tagli e del personale. Accostare tutto sotto un’unica etichetta, però, rischia di cancellare le differenze tra gli istituti.

Il dato politico è un altro: le proteste stanno trasformando le scuole in luoghi di discussione su decisioni che gli studenti percepiscono come calate dall’alto. La loro iniziativa può essere contestata, soprattutto quando l’occupazione interrompe le lezioni e coinvolge anche chi non la condivide. Ma può essere liquidata soltanto come una ritualità autunnale? Oppure segnala un disagio che amministrazioni e ministero dovrebbero ascoltare prima che la protesta diventi l’unico strumento visibile per farsi prendere sul serio?

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