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Solfrizzi scuote la tv dalla Festa di Roma: «Serve più coraggio»

Solfrizzi scuote la tv dalla Festa di Roma: «Serve più coraggio»

La televisione italiana ha ancora voglia di rischiare o preferisce affidarsi a formule già collaudate? Dalla Festa del Cinema di Roma, Emilio Solfrizzi riapre una discussione che riguarda non soltanto gli ascolti, ma il futuro delle storie raccontate sul piccolo schermo.

Secondo quanto riportato da Il Messaggero Roma, l’attore ha richiamato la necessità di un maggiore coraggio nella produzione televisiva, proprio mentre all’Auditorium la serialità occupa uno spazio sempre più rilevante accanto al cinema. «In tv serve più coraggio», è il senso del suo intervento: una frase breve, ma capace di toccare il punto delicato del sistema.

Il problema non è soltanto la qualità dei singoli titoli. È il margine lasciato a chi scrive, produce e dirige per uscire dalla sicurezza dei generi più conosciuti, dei protagonisti già affermati e delle trame che sembrano costruite per non scontentare nessuno. In un mercato guidato dai costi, dai dati di visione e dalla necessità di fidelizzare il pubblico, ogni scelta originale può apparire come un rischio difficile da giustificare.

Eppure la serialità cresce proprio quando riesce a sorprendere. Un linguaggio meno prevedibile, un personaggio imperfetto, un conflitto non risolto secondo gli schemi tradizionali possono diventare il punto di forza di una storia. Il coraggio creativo, però, non coincide con la provocazione a tutti i costi: significa accettare che un progetto abbia una voce riconoscibile, anche quando non offre garanzie immediate.

Che cosa significa oggi avere coraggio in televisione

Avere coraggio, per un autore, può voler dire difendere una storia lontana dalle mode del momento. Per un produttore significa forse accompagnare un progetto senza chiedergli di assomigliare a ciò che ha già funzionato. Per un broadcaster o una piattaforma, invece, vuol dire concedere tempo a un racconto prima di misurarne il successo soltanto attraverso i numeri iniziali.

La sfida è trovare un equilibrio tra sostenibilità industriale e libertà narrativa. Nessuna televisione può ignorare i costi, il pubblico o la concorrenza, ma una programmazione costruita solo sulla prudenza rischia di diventare invisibile. Le parole di Solfrizzi, pronunciate in un luogo simbolico per il cinema e l’audiovisivo italiano, pongono quindi una domanda più ampia: chi è ancora disposto ad assumersi la responsabilità di una scelta diversa?

La risposta non dipenderà da un solo attore né da una singola serie. Dipenderà dalla disponibilità dell’intera filiera a considerare l’originalità non come un incidente di percorso, ma come un investimento. E, davanti a un pubblico sempre più abituato a scegliere tra molte storie, la televisione può davvero permettersi di avere paura?

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