Le svastiche e gli atti vandalici contro le sezioni del Pd a Roma sono già un fatto grave. Ma la polemica ora si sposta dentro le istituzioni: il VI Municipio ha bocciato una presa di posizione solidale, aprendo una frattura politica che va ben oltre il voto in aula.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il segretario dem Enzo Foschi ha definito la scelta “grave”, sostenendo che possa trasmettere agli autori degli atti intimidatori l’idea di trovare “nelle istituzioni complicità e sostegno”. Parole pesanti, che rappresentano però la valutazione politica del Pd e non la prova di una complicità istituzionale, che allo stato dei fatti non risulta accertata.
Il punto, allora, è scomodo ma semplice: davanti a simboli nazisti e vandalismi contro sedi di partito, la solidarietà dovrebbe essere considerata una formalità di parte oppure un dovere democratico? Il dissenso politico è legittimo. Il problema nasce quando la condanna di un’intimidazione viene trattata come un favore allo schieramento colpito.
Una sezione di partito non è soltanto una stanza con una bandiera. È un presidio politico sul territorio, un luogo dove si incontrano iscritti, militanti e cittadini. Colpirla significa attaccare una presenza organizzata, anche quando non si condividono idee e leadership. Per questo la risposta pubblica delle istituzioni dovrebbe parlare prima di tutto ai responsabili dei vandalismi, non soltanto alla parte politica che li denuncia.
Perché la solidarietà istituzionale conta
La solidarietà istituzionale non cancella le differenze tra maggioranza e opposizione. Al contrario, serve a fissare una linea minima: la competizione politica può essere dura, ma non può lasciare spazio a intimidazioni, simboli di odio o danneggiamenti. Una condanna comune non assolve nessuno dalle proprie responsabilità e non impedisce di criticare il Pd su ogni altro tema.
Il rifiuto di quella solidarietà, da solo, non dimostra un sostegno agli autori degli atti. Sarebbe un’accusa non provata. Ma produce comunque un effetto politico evidente: lascia il campo alle interpretazioni e indebolisce la risposta pubblica. In una città dove le istituzioni chiedono fiducia ai cittadini, anche la scelta di non esporsi diventa un messaggio. La domanda è inevitabile: quando viene colpito un avversario politico, Roma riesce ancora a distinguere il confronto dalla difesa delle regole democratiche?
