Un’aula universitaria può diventare molto più di una targa. A Tor Vergata il nome di Federica Torzullo, vittima del femminicidio di Anguillara e laureata in Ingegneria gestionale, entrerà negli spazi dell’ateneo: un gesto di memoria che chiede però di tradursi in responsabilità concreta.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la cerimonia di intitolazione è prevista per lunedì 19 ottobre. La scelta riguarda una giovane donna che aveva costruito il proprio percorso accademico nel secondo ateneo romano e che ora viene ricordata dalla comunità universitaria non soltanto come vittima, ma anche per la sua storia di studio e formazione.
È questo il punto più delicato: evitare che il nome di Federica resti legato esclusivamente alla cronaca del delitto. Un’università non è soltanto il luogo in cui si conseguono titoli; è anche uno spazio nel quale si formano coscienze, relazioni e strumenti per leggere la realtà. Per questo l’intitolazione può avere un significato autentico soltanto se il ricordo apre una riflessione stabile sulla violenza contro le donne.
«Il ricordo, da solo, non basta». La frase può sembrare semplice, ma contiene la misura dell’impegno richiesto alle istituzioni. Una targa conserva una memoria; la prevenzione, invece, richiede educazione, ascolto, competenze e la capacità di riconoscere per tempo i segnali di controllo, minaccia e isolamento.
Dalla memoria alla responsabilità collettiva
L’aula intitolata a Federica Torzullo dovrebbe diventare un luogo capace di tenere insieme il suo percorso personale e una responsabilità pubblica più ampia. Non si tratta di attribuire all’università compiti che spettano anche ai servizi territoriali, alle famiglie, alle forze dell’ordine e alla magistratura, ma di riconoscere che la prevenzione della violenza di genere passa anche dalla formazione e dalla cultura quotidiana.
Il valore dell’iniziativa si misurerà nel tempo: nella possibilità di accompagnare la cerimonia con momenti di confronto, attività di sensibilizzazione e attenzione concreta a chi vive situazioni di disagio o di pericolo. Non sono dettagli accessori, ma il modo per evitare che una commemorazione resti un appuntamento isolato, destinato a spegnersi dopo i riflettori.
Ricordare Federica dentro l’università significa allora restituirle, almeno in parte, il posto che la violenza le ha tolto: quello di una persona con un percorso, aspirazioni e un futuro. La domanda, ora, è se le istituzioni sapranno fare di quella memoria non soltanto un simbolo, ma un impegno verificabile.
