Nelle afose giornate prima delle ferie parlamentari è arrivato un messaggio che puzza meno di strategia elettorale e più di affare tra addetti ai lavori: Dario Franceschini|Il Regista ha suggerito che «chiunque vincerà l’anno prossimo dovrà poi trovare un’intesa con l’altra coalizione per l’elezione del capo dello Stato». Detto in termini più chiari, l’ipotesi non è una proposta aperta al Paese ma un avviso ai naviganti dei palazzi: organizziamoci prima, limiamo i profili scomodi e mettiamo al riparo le cariche di garanzia. In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è un optional della politica, l’idea di trattare il Colle come un premio da spartire è offensiva per chi paga le tasse e aspetta servizi funzionanti.
Un patto d’élite che prende tempo
La cornice è nota: la riforma del sistema di voto e il cosiddetto premio di maggioranza possono condizionare la partita per il Quirinale. Dario Franceschini|Il Regista non ha fatto mistero di volere un premio «non eccessivo» per proteggere le cariche di garanzia, e quella posizione non è un capriccio: è il tentativo di usare la legge elettorale come assicurazione preventiva. La storia della Seconda Repubblica ricorda che scelte istituzionali sono state programmate per evitare colpi di coda (fu Giuliano Amato a sospendere l’elezione del Capo dello Stato in una fase politica delicata), ma è legittimo chiedersi se oggi non si stia soltanto organizzando un cartello che riduce la competizione invece di aumentare la rappresentanza.
Il punto che più irrita è la vaghezza calcolata: «con l’altra coalizione» significa tutto il centrodestra o solo una sua parte sdoganata per l’accordo? Il messaggio contiene implicazioni pratiche ben precise in tempo di frammentazione del centrodestra — dove gli scossoni a Lega e Forza Italia sono sotto gli occhi di tutti — e apre alla possibilità di un’intesa selettiva, fatta di esclusioni e candidature annacquate. Non è fantapolitica: è il modo in cui si conserva il potere senza spiegare ai cittadini quale sarà il vantaggio per le famiglie, i lavoratori o i servizi pubblici. Se la politica inciampa nel tatticismo per assicurarsi il Colle, vuol dire che ha smesso di occuparsi di ciò che davvero riguarda la vita di milioni di persone.
Dario Franceschini|Il Regista non si candida al Quirinale, ci ricordano: è un kingmaker, uno che conta nelle decisioni di palazzo. E proprio per questo il suo messaggio va pesato con attenzione e non elogiato come prudenza istituzionale: quando i registi si affrettano a scrivere la sceneggiatura del Paese, il pubblico sarebbe bene che ne vedesse almeno il copione. Se l’accordo sul Colle è la migliore risposta al sistema elettorale che sta nascendo, allora la politica ha fatto un passo indietro rispetto alla trasparenza. La domanda vera resta semplice e scomoda: questo gioco serve agli italiani o ai notabili che provano a riservarsi la stanza migliore del palazzo?
