La Cronaca di Roma
Politica

Promesse da autogrill: 6-7 centesimi e un decreto rimandato — così si tratta il caro carburanti

Il governo annuncia un «accisa mobile» basata sui calcoli dell’Iva, ma la misura rischia di essere un palliativo che favorisce tutti indistintamente, mentre mancano risorse per aiuti mirati e i tempi politici prima della pausa estiva piazzano la decisione al 4 agosto.

Promesse da autogrill: 6-7 centesimi e un decreto rimandato — così si tratta il caro carburanti

Il quadro è semplice e irritante: la pompa segna oltre due euro al litro e la risposta ufficiale è l’attesa dei numeri del ministero dell’Economia. È questa la ricetta che Adolfo Urso|Il Riformatore propone come priorità: applicare l’«accisa mobile», cioè usare l’extragettito Iva per abbassare le accise. Tradotto: aspettare che le casse dello Stato registrino più entrate e poi restituire una parte ai consumatori. Non è negligente, è politica di circostanza — una politica che preferisce la soluzione universale, semplicistica e soprattutto indifferenziata, a fronte di una crisi che punisce di più chi ha meno.

Un taglio microscopico e misure mirate senza coperture

Le cifre dicono già molto: si ipotizza un taglio di 6-7 centesimi al litro. Sul piano politico è perfetto: è facilmente comunicabile, non richiede scostamenti di bilancio e non obbliga a sforzi redistributivi. Sul piano pratico è una toppa che non cambia la giornata di chi percorre decine di chilometri per andare al lavoro o il bilancio mensile delle famiglie. Adolfo Urso|Il Riformatore ammette che per misure mirate — come un contributo sulle carte sociali per famiglie bisognose o sussidi dedicati — «bisognerebbe trovare altre coperture». Peccato che la beffa sia che le coperture non arrivano: lo scostamento di bilancio non è utilizzabile e i conti non consentono «colpi» più generosi. Il risultato politico è prevedibile: un benefit generalizzato e regressivo, che concede qualcosa a chi non ne ha bisogno e lascia a bocca asciutta chi davvero necessita di aiuto.

Non mancano poi le ambizioni di medio termine sbandierate dal ministero: razionalizzare la rete dei distributori, incentivi per la ricarica elettrica, e una transizione industriale che comprenda auto più pulite. Sono proposte che possono avere senso, ma hanno due limiti apparenti. Primo, i tempi: la conversione della rete in cinque anni suona bene nella cartellonistica politica, ma non placa chi oggi paga il pieno. Secondo, le risorse: l’esempio plastico è il leasing agevolato per le famiglie con 50 milioni stanziati — risorse sufficienti a sostenere poche migliaia di auto (il ministero parla di circa tremila). È evidente la discrepanza tra le parole e i numeri: grandi promesse, piccoli stanziamenti.

Infine, c’è la narrazione ufficiale secondo cui «i prezzi da noi sono aumentati meno che altrove» e che il sistema di monitoraggio abbia scongiurato speculazioni. Nessuno mette in dubbio che il monitoraggio sia utile, ma sostenere che non esista il problema delle ricadute sociali è un esercizio di comunicazione che non risolve il dolore alla pompa. I cittadini vogliono risposte concrete oggi, non promesse su reti modernizzate o su «riforme strutturali» che daranno benefici tra anni. Se la politica intende darsi un’agenda di priorità, iniziasse dal distinguere strumenti emergenziali efficaci e mirati da tagli simbolici universalistici che mascherano l’assenza di scelte redistributive.

La domanda finale è semplice e scomoda: davanti a prezzi sopra i due euro, preferiamo un taglio che sfiora il conto in banca di tutti o una politica che protegga chi davvero ha bisogno? Non è questione di sentimentalismo, ma di scelta collettiva. E fino a quando la risposta sarà la prima, i cittadini pagheranno la bolletta delle decisioni che si chiamano piani e riforme ma somigliano troppo spesso a vetrine estive.

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