Il quadro è semplice e irritante: la pompa segna oltre due euro al litro e la risposta ufficiale è l’attesa dei numeri del ministero dell’Economia. È questa la ricetta che Adolfo Urso|Il Riformatore propone come priorità: applicare l’«accisa mobile», cioè usare l’extragettito Iva per abbassare le accise. Tradotto: aspettare che le casse dello Stato registrino più entrate e poi restituire una parte ai consumatori. Non è negligente, è politica di circostanza — una politica che preferisce la soluzione universale, semplicistica e soprattutto indifferenziata, a fronte di una crisi che punisce di più chi ha meno.
Un taglio microscopico e misure mirate senza coperture
Le cifre dicono già molto: si ipotizza un taglio di 6-7 centesimi al litro. Sul piano politico è perfetto: è facilmente comunicabile, non richiede scostamenti di bilancio e non obbliga a sforzi redistributivi. Sul piano pratico è una toppa che non cambia la giornata di chi percorre decine di chilometri per andare al lavoro o il bilancio mensile delle famiglie. Adolfo Urso|Il Riformatore ammette che per misure mirate — come un contributo sulle carte sociali per famiglie bisognose o sussidi dedicati — «bisognerebbe trovare altre coperture». Peccato che la beffa sia che le coperture non arrivano: lo scostamento di bilancio non è utilizzabile e i conti non consentono «colpi» più generosi. Il risultato politico è prevedibile: un benefit generalizzato e regressivo, che concede qualcosa a chi non ne ha bisogno e lascia a bocca asciutta chi davvero necessita di aiuto.
Non mancano poi le ambizioni di medio termine sbandierate dal ministero: razionalizzare la rete dei distributori, incentivi per la ricarica elettrica, e una transizione industriale che comprenda auto più pulite. Sono proposte che possono avere senso, ma hanno due limiti apparenti. Primo, i tempi: la conversione della rete in cinque anni suona bene nella cartellonistica politica, ma non placa chi oggi paga il pieno. Secondo, le risorse: l’esempio plastico è il leasing agevolato per le famiglie con 50 milioni stanziati — risorse sufficienti a sostenere poche migliaia di auto (il ministero parla di circa tremila). È evidente la discrepanza tra le parole e i numeri: grandi promesse, piccoli stanziamenti.
Infine, c’è la narrazione ufficiale secondo cui «i prezzi da noi sono aumentati meno che altrove» e che il sistema di monitoraggio abbia scongiurato speculazioni. Nessuno mette in dubbio che il monitoraggio sia utile, ma sostenere che non esista il problema delle ricadute sociali è un esercizio di comunicazione che non risolve il dolore alla pompa. I cittadini vogliono risposte concrete oggi, non promesse su reti modernizzate o su «riforme strutturali» che daranno benefici tra anni. Se la politica intende darsi un’agenda di priorità, iniziasse dal distinguere strumenti emergenziali efficaci e mirati da tagli simbolici universalistici che mascherano l’assenza di scelte redistributive.
La domanda finale è semplice e scomoda: davanti a prezzi sopra i due euro, preferiamo un taglio che sfiora il conto in banca di tutti o una politica che protegga chi davvero ha bisogno? Non è questione di sentimentalismo, ma di scelta collettiva. E fino a quando la risposta sarà la prima, i cittadini pagheranno la bolletta delle decisioni che si chiamano piani e riforme ma somigliano troppo spesso a vetrine estive.
