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Cinema verticale e caso Regeni: quando la velocità non basta

Cinema verticale e caso Regeni: quando la velocità non basta

Due storie lontane, una stessa domanda: la velocità è sempre sinonimo di progresso? Da una parte il cinema verticale, pensato per lo schermo dello smartphone e per una produzione più accessibile. Dall’altra il caso Regeni, dove la ricerca della verità giudiziaria continua a misurarsi con tempi lunghi, responsabilità istituzionali e passaggi processuali ancora aperti.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il VerticalMovie Festival ha accolto alla Casa del Cinema anche un omaggio a Ettore Scola, con la partecipazione della figlia Silvia Scola. È un passaggio simbolico: il cinema che riflette sul proprio futuro si confronta con la memoria di un autore legato a una stagione nella quale il racconto aveva bisogno di tempo, montaggio, silenzi e visione d’insieme.

Il formato verticale nasce invece dentro un ambiente completamente diverso. Il telefono è già in mano allo spettatore, la produzione può essere più leggera, i costi potenzialmente più contenuti e l’accesso alla realizzazione di un video non è più riservato soltanto a chi dispone di grandi mezzi. È una democratizzazione reale, almeno in parte.

Ma democratizzare gli strumenti non significa automaticamente democratizzare il racconto. Se il successo di un contenuto viene misurato soprattutto in visualizzazioni, durata della permanenza e reazioni immediate, il rischio è che la storia finisca per adattarsi all’algoritmo prima ancora che al pubblico. «Se il formato decide già che cosa merita attenzione, il problema non è più soltanto come raccontiamo, ma che cosa siamo disposti a non raccontare».

Il cinema verticale non è, di per sé, un impoverimento. Può trovare una grammatica propria, diversa da quella dello schermo largo. Può lavorare sulla prossimità, sui volti, sui dettagli, sulla sensazione di trovarsi dentro una scena. Il punto non è difendere il passato contro il nuovo, ma evitare che ogni innovazione venga presentata come progresso solo perché è più rapida, più economica o più facilmente condivisibile.

La questione diventa ancora più delicata quando si passa dalla circolazione delle immagini alla ricerca della verità. Nel caso Regeni, la sentenza e l’annuncio della legale di Sharif di ricorrere in appello e di rivolgersi anche alla Corte costituzionale riportano l’attenzione su un terreno nel quale la velocità non può essere il criterio principale. Ogni passaggio deve essere distinto: una decisione giudiziaria, le motivazioni, le iniziative della difesa e le eventuali valutazioni delle altre parti non sono la stessa cosa.

Su questo punto la prudenza non è una formula burocratica. È una garanzia. Il dato processuale va separato dalle posizioni degli avvocati, dalle aspettative dei familiari e dalle valutazioni politiche. Anche l’annuncio di un appello o di un ricorso alla Consulta non coincide con il suo esito: indica una strada che dovrà essere valutata dagli organi competenti.

Il caso Regeni mostra il limite di una società abituata a chiedere risposte immediate. La cronaca digitale tende a trasformare ogni passaggio in una sentenza definitiva, ogni dichiarazione in una verità acquisita, ogni silenzio in una prova. Ma la giustizia, quando prova a ricostruire responsabilità complesse e possibili omissioni istituzionali, richiede metodo, documenti e memoria. Non può seguire il ritmo della piattaforma.

È qui che i due segnali si incontrano. Il cinema verticale accelera la produzione e la distribuzione delle immagini; il processo, al contrario, deve rallentare per controllare le parole, verificare gli elementi e proteggere il diritto delle parti. In un caso l’algoritmo premia ciò che trattiene lo sguardo. Nell’altro la credibilità dipende dalla capacità di non confondere il clamore con la prova.

Cosa sappiamo tra innovazione e ricerca della verità

Il dato verificabile sul fronte culturale è l’omaggio a Ettore Scola nell’ambito del VerticalMovie Festival, alla Casa del Cinema, con Silvia Scola. Il festival rappresenta il confronto sul futuro del cinema verticale: un linguaggio legato alla fruizione da smartphone e alla possibilità, per un numero più ampio di autori, di produrre e distribuire contenuti.

Sul fronte giudiziario, il quadro richiamato riguarda una sentenza nel caso Regeni e l’annuncio della legale di Sharif di proporre appello e di ricorrere alla Consulta. Restano da valutare gli sviluppi successivi e le motivazioni complete dei provvedimenti: non è corretto trasformare un’iniziativa processuale in un risultato già acquisito, né attribuire responsabilità oltre quanto accertato dagli atti.

La contraddizione è forse questa: chiediamo alla tecnologia di essere sempre più veloce e alla giustizia di arrivare subito alla verità. Ma una società matura dovrebbe sapere che non tutte le risposte migliori sono quelle che arrivano per prime. Se l’algoritmo seleziona ciò che vediamo e la fretta condiziona ciò che crediamo, chi difende ancora il tempo necessario per capire?

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