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Sapienza, rettore e parità di genere: basta promesse, servono fatti

Sapienza, rettore e parità di genere: basta promesse, servono fatti

Alla Sapienza la parità di genere arriva al centro della sfida per il rettorato. Il punto non sarà soltanto capire chi guiderà l’ateneo, ma se le politiche costruite negli ultimi anni avranno continuità, strumenti concreti e responsabilità verificabili.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, il confronto tra i candidati è previsto mercoledì 30 settembre nell’aula Calasso della facoltà di Giurisprudenza. L’incontro, dal titolo “Per non tornare indietro”, sarà anche l’occasione per fare il punto sulle iniziative sviluppate durante il sessennio della rettrice Antonella Polimeni.

Il tema, però, non può essere archiviato con una dichiarazione di principio. La vera domanda riguarda il passaggio dagli impegni generali ai risultati: quali misure hanno prodotto effetti, quali ostacoli restano aperti e chi dovrà risponderne davanti alla comunità universitaria?

Nel confronto tra i candidati sarà dunque decisivo capire se la parità verrà trattata come una voce della comunicazione istituzionale o come una priorità di governo. Carriere accademiche, accesso agli incarichi, conciliazione tra vita e lavoro e qualità dell’ambiente universitario sono ambiti nei quali le intenzioni contano meno dei dati e delle procedure adottate.

La continuità, in questo quadro, non significa difendere automaticamente tutto ciò che è stato fatto nel precedente sessennio. Significa sottoporre quelle politiche a una verifica pubblica, riconoscere ciò che ha funzionato e correggere ciò che non ha raggiunto gli obiettivi. Anche l’eventuale cambio di rettore dovrebbe misurarsi su questo terreno, senza trasformare la parità in una bandiera di parte.

Parità di genere: cosa c’è in gioco alla Sapienza

Il confronto del 30 settembre può diventare un test concreto per la prossima governance della Sapienza. Per valutarne la credibilità serviranno indicatori leggibili: la presenza delle donne nei ruoli decisionali, l’andamento delle carriere, la distribuzione delle opportunità e l’effettiva accessibilità degli strumenti di sostegno.

Non basta annunciare nuove iniziative. Occorre chiarire tempi, risorse, obiettivi e soggetti responsabili, oltre a prevedere un monitoraggio periodico dei risultati. È questo il punto che può trasformare la parità da principio condiviso a politica pubblica dell’ateneo, sottraendola alla logica degli appuntamenti celebrativi.

La sfida riguarda anche il clima interno: un’università è davvero inclusiva se consente a studenti, ricercatrici, ricercatori e personale di lavorare e crescere senza svantaggi legati al genere. Per questo il confronto tra i candidati non dovrebbe limitarsi a ciò che intendono fare, ma chiedere come pensano di misurare ciò che promettono.

Alla Sapienza, in sostanza, la partita non è soltanto tra programmi e candidature. È tra una stagione di politiche da consolidare e il rischio che, cambiata la guida, la parità torni a essere una formula buona per i convegni ma debole nelle decisioni quotidiane. Saranno gli impegni verificabili, più delle parole, a dire se l’ateneo è davvero pronto a non tornare indietro.

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