La Cronaca di Roma
News

Albertelli, la preside sfida il silenzio: “Il dissenso dei ragazzi va ascoltato”

Albertelli, la preside sfida il silenzio: “Il dissenso dei ragazzi va ascoltato”

Uno sciopero può restare una semplice giornata di protesta. Oppure può diventare una domanda scomoda rivolta alla scuola e alle istituzioni: ai ragazzi è davvero consentito esprimere un dissenso senza essere ridotti a un problema da gestire?

È questo il significato che sembra assumere la lettera inviata dalla preside Rosa Palmiero agli studenti e ai docenti dello storico liceo Albertelli di Roma, in vista dello sciopero del 30 ottobre. Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, la dirigente ha scritto che “non si possono fermare dei ragazzi per una keffiah”, trasformando l’adesione alla protesta da scelta legata soltanto alla dimensione sindacale a presa di posizione civile ed educativa.

Il punto non è stabilire se ogni studente debba aderire allo sciopero. Il punto è un altro: riconoscere che la scuola non è soltanto il luogo delle lezioni, dei programmi e delle valutazioni, ma anche lo spazio in cui si impara a sostenere un’idea, a misurarsi con il conflitto e ad assumersi la responsabilità delle proprie parole.

La presa di posizione della preside, per come è stata riferita, non cancella le regole né sostituisce il ruolo della politica. Una dirigente scolastica non può trasformare l’istituto in un comitato militante. Può però difendere il diritto degli studenti a non essere zittiti preventivamente, soprattutto quando il loro gesto nasce da una scelta consapevole e non da una semplice adesione di gruppo.

È qui che il tema diventa più ampio della singola giornata di sciopero. In una fase in cui il dissenso giovanile viene spesso archiviato come inesperienza, provocazione o moda, la lettera dell’Albertelli riporta la discussione sul terreno dell’educazione: quanto spazio lasciamo ai ragazzi per costruire un’opinione prima di chiedere loro obbedienza?

Naturalmente restano questioni da chiarire. Non è detto che ogni forma di protesta sia automaticamente responsabile, così come non ogni richiamo all’ordine rappresenta una censura. Servono distinzione, ascolto e trasparenza: gli studenti devono poter manifestare, ma anche comprendere le conseguenze delle proprie scelte; la scuola deve garantire libertà di espressione, senza diventare il luogo di una contrapposizione politica permanente.

Il contesto dello sciopero del 30 ottobre

Lo sciopero del 30 ottobre, nel caso raccontato dall’Albertelli, si colloca dentro un confronto che riguarda il rapporto tra scuola, libertà individuale e simboli di identità. La keffiah, richiamata nella lettera della preside, non è soltanto un oggetto: per alcuni rappresenta solidarietà e vicinanza a una causa, per altri un segnale politico. Proprio questa pluralità di significati rende delicata ogni decisione e impedisce di liquidare la vicenda con una contrapposizione semplice tra favorevoli e contrari.

La responsabilità della scuola, allora, è tenere aperto il confronto senza imporre una lettura unica. Difendere gli studenti non significa approvare ogni loro posizione, ma impedire che il dissenso venga trattato come una colpa prima ancora di essere ascoltato. Se il 30 ottobre sarà davvero una giornata di partecipazione consapevole, lo si capirà non dal rumore della protesta, ma dalla capacità degli adulti di discutere con i ragazzi senza parlare al loro posto.

La domanda, alla fine, riguarda tutti: una scuola che educa alla cittadinanza può chiedere ai suoi studenti di restare neutrali proprio quando stanno provando a prendere posizione?

Aggiornamenti

Ultime notizie

Tutte le notizie →