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Lexroom a Roma, l’IA nel diritto: chi risponde se sbaglia?

Lexroom a Roma, l’IA nel diritto: chi risponde se sbaglia?

Se una macchina cerca tra milioni di fonti giuridiche in pochi secondi, il lavoro dell’avvocato diventa più efficace oppure più fragile? L’arrivo di Lexroom a Roma riapre una domanda che non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui si prendono decisioni destinate a incidere sulla vita delle persone.

Secondo quanto riportato da Il Messaggero Roma, la startup è nata dall’iniziativa di tre fondatori che, al momento dell’avvio, avevano meno di trent’anni. A distanza di tre anni, Lexroom viene presentata come un sistema operativo per la ricerca e l’analisi giuridica, costruito su un patrimonio dichiarato di 13 milioni di fonti.

Il numero colpisce, ma che cosa misura davvero? Una grande banca dati non coincide automaticamente con una banca dati affidabile. Occorre sapere quali siano le fonti comprese, con quale frequenza vengano aggiornate, come siano selezionate e se il sistema riesca a distinguere una norma ancora vigente da una disposizione superata, una sentenza centrale da un precedente marginale, un orientamento consolidato da una pronuncia isolata.

Qui si trova il primo punto delicato. Nel diritto, la velocità è un vantaggio soltanto se non sacrifica il contesto. Un risultato prodotto in pochi secondi può aiutare uno studio legale a orientarsi, ridurre il tempo speso nella ricerca e rendere più accessibile una quantità enorme di informazioni. Ma può anche creare un’illusione di certezza: quella per cui una risposta ordinata e convincente debba essere necessariamente corretta.

“Se l’algoritmo indica una strada, chi controlla che sia davvero quella giusta?” È la domanda che dovrebbe accompagnare ogni presentazione dell’intelligenza artificiale applicata alla giustizia. Non perché l’innovazione debba essere respinta, ma perché l’errore giuridico non è un semplice malfunzionamento: può significare una strategia processuale sbagliata, un termine perso, un diritto valutato male.

Il ruolo dell’avvocato, dunque, non dovrebbe ridursi a quello di un operatore che conferma ciò che la piattaforma suggerisce. La tecnologia può proporre collegamenti, individuare documenti, accelerare confronti e sostenere l’analisi. La valutazione finale, però, richiede competenza, esperienza e responsabilità professionale. Se una risposta automatizzata contiene un errore, chi ne risponde? Il professionista che l’ha utilizzata, l’azienda che ha sviluppato il sistema o entrambi, secondo circostanze ancora tutte da definire?

È proprio su questo terreno che le promesse commerciali devono lasciare spazio a verifiche concrete. Non basta dichiarare un archivio di 13 milioni di fonti: servono criteri comprensibili sulla qualità dei dati, indicazioni sull’aggiornamento, tracciabilità dei risultati e strumenti che permettano all’utente di risalire alla fonte originale. Senza trasparenza, l’utilizzatore rischia di affidarsi a una risposta senza sapere perché sia stata formulata.

Lexroom, cosa sappiamo davvero della tecnologia e delle sue garanzie

Il dato oggi disponibile è quello della piattaforma presentata a Roma e del patrimonio dichiarato di 13 milioni di fonti. È un elemento rilevante, ma non consente da solo di valutare la portata effettiva del servizio. Restano da chiarire, sulla base di informazioni verificabili, la composizione dell’archivio, i metodi di aggiornamento, il funzionamento dei controlli contro le risposte errate e il livello di spiegabilità offerto agli utenti.

Restano aperti anche i nodi della privacy e della sicurezza. Se studi legali e imprese inseriscono nella piattaforma documenti, quesiti o informazioni sensibili, come vengono trattati quei dati? Dove vengono conservati? Chi può accedervi e per quanto tempo? Sono domande che non possono essere considerate dettagli tecnici, perché toccano direttamente il segreto professionale e la fiducia tra avvocato e cliente.

Il rischio più sottile è forse quello della sostituzione silenziosa delle competenze. Se una piattaforma diventa il primo e ultimo filtro della ricerca, i giovani professionisti potrebbero imparare meno a leggere le fonti e più a selezionare risposte automatiche. Ma una giustizia assistita dall’IA può funzionare soltanto se l’intelligenza umana resta capace di contestare la macchina.

Per gli studi più piccoli e per le imprese, l’opportunità è concreta: accedere più rapidamente alla conoscenza giuridica e ridurre una parte dei costi di ricerca. Per le istituzioni e gli ordini professionali, però, la sfida è fissare regole chiare prima che l’uso diventi prassi incontrollata. E per i regolatori la questione è ancora più scomoda: come garantire innovazione senza permettere che un sistema opaco influenzi decisioni di cui nessuno vuole assumersi pienamente la responsabilità?

Lexroom può essere uno strumento utile, ma non dovrebbe diventare un’autorità. La differenza tra assistenza e sostituzione passa dalla verifica umana, dalla trasparenza delle fonti e dalla possibilità di contestare il risultato. Se l’intelligenza artificiale entrerà sempre più nelle professioni legali, chi stabilirà il confine tra una tecnologia che aiuta a decidere e una tecnologia che finisce, di fatto, per decidere al posto nostro?

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