Può un asino raccontare la trasformazione dell’uomo meglio di molte opere solenni? Nel cuore di Roma, Palazzo del Velabro prova a dimostrarlo con la nuova mostra di Raffaele Curi, un progetto che porta il mito antico dentro il linguaggio inquieto dell’arte contemporanea.
Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, Rose per Lucilio conclude la trilogia dedicata all’asino ideata da Curi, direttore artistico della Fondazione Alda Fendi – Esperimenti. Il sottotitolo chiarisce la direzione del lavoro: “liberamente tratto da L’Asino d’oro o Le metamorfosi di Apuleio”, con un percorso che intreccia arte, poesia e trascendenza e guarda già al successivo confronto con Marina Abramović.
Il punto interessante non è soltanto la scelta di un testo antico. È il modo in cui quella materia viene sottratta alla teca della classicità e riportata nel presente, dove la metamorfosi non è più soltanto una punizione o un passaggio narrativo, ma una condizione quotidiana. Cambiano i corpi, le identità, le certezze; resta la domanda su ciò che siamo quando perdiamo la forma che conoscevamo.
“Qui l’antico non serve a rassicurare: serve a mettere in crisi”, sembra suggerire il progetto di Curi. È una mostra che chiede al pubblico di non cercare una lettura unica e immediata, ma di attraversare immagini e simboli lasciando aperto il rapporto tra materia e spirito, ironia e inquietudine, esperienza fisica e ricerca di trascendenza.
La cornice del Velabro amplifica questa tensione. Roma non è uno sfondo neutro: è una città in cui il passato affiora continuamente, ma raramente rimane intatto. Ogni stratificazione può diventare un’occasione di dialogo oppure un alibi per ripetere formule già consumate. La scommessa della mostra è proprio evitare la semplice celebrazione dell’antico, trasformandolo in una lente per leggere il presente.
Apuleio, l’asino e il viaggio nella metamorfosi
Nel romanzo di Apuleio, il protagonista Lucio viene trasformato in asino e attraversa una lunga esperienza di smarrimento, esposizione e conoscenza. La metamorfosi diventa così un viaggio attraverso la fragilità umana: cambiare aspetto significa perdere privilegi e sicurezze, ma anche guardare il mondo da una posizione diversa, più esposta e meno padrona.
È questo il nucleo che la rilettura contemporanea può riattivare. L’asino non è soltanto una figura comica o degradante; è il simbolo di una condizione ambigua, sospesa tra caduta e possibile rinascita. Nel progetto di Curi, il riferimento ad Apuleio entra in una trilogia che usa la poesia e la dimensione spirituale per interrogare il pubblico, senza separare la bellezza dal dubbio.
Il passaggio verso Marina Abramović indica inoltre un orizzonte più ampio: quello di un’arte che non si limita a essere osservata, ma pretende una presenza, una disponibilità, forse persino una trasformazione dello spettatore. Da Apuleio alla performance contemporanea corre una stessa domanda: quanto siamo disposti a lasciarci cambiare da ciò che guardiamo?
In una Roma spesso raccontata attraverso il rumore degli eventi e la rapidità del consumo culturale, Rose per Lucilio propone un tempo diverso. Non promette risposte facili e non sembra interessata a rendere il mito semplicemente “attuale”. Lo mette piuttosto in attrito con il presente, lasciando al visitatore la parte più difficile: decidere se quella metamorfosi appartenga davvero a un personaggio antico o se, in forme diverse, riguardi ancora tutti noi.
