Tra Roma Est e la provincia la parola sicurezza rischia di diventare un contenitore indistinto: dentro finiscono gang giovanili, droga, stalking, vandalismi, attentati e tragedie domestiche. Ma fenomeni diversi non si affrontano con la stessa risposta, e confondere tutto può produrre più allarme che prevenzione.
Secondo quanto riportato da Cronaca Daily News, nell’operazione della polizia contro la criminalità giovanile sono state identificate 875 persone a Rieti: 796 maggiorenni e 79 minorenni, con controlli concentrati anche vicino alla stazione, nei parchi e nei luoghi della movida. Sono state inoltre ispezionate 96 automobili. Il dato appartiene a un’attività svolta in un quadro nazionale e non dimostra, da solo, una situazione analoga nella periferia Est di Roma.
È proprio questa distinzione il primo punto da non perdere. Un controllo di polizia può interrompere una condotta illecita, raccogliere informazioni e rendere più visibili le aree a rischio. Non può però sostituire i servizi sociali, la scuola, l’illuminazione delle strade, la manutenzione degli spazi pubblici e una presenza stabile delle istituzioni. «Il controllo è necessario, ma da solo non basta»: è una frase semplice, quasi ovvia, che continua però a scontrarsi con il modo in cui la sicurezza viene raccontata e amministrata.
A Roma Est il tema è ancora più delicato perché sullo stesso territorio si sovrappongono livelli differenti. Da una parte ci sono i comportamenti violenti o intimidatori che possono coinvolgere adolescenti e giovani adulti: risse, minacce, consumo e spaccio di droga, episodi di stalking. Dall’altra, gli attentati attribuiti o ricondotti a dinamiche tra clan richiedono accertamenti investigativi specifici e non possono essere automaticamente collegati alla criminalità giovanile. Le responsabilità, quando non sono state definite dagli inquirenti o dalla magistratura, restano da chiarire.
Anche il vandalismo in una scuola, come quello richiamato al liceo Ferrari-Hertz, non va liquidato soltanto come una bravata. Se confermato nelle modalità e nelle responsabilità, sarebbe un danno a uno spazio comune e un segnale di rottura del rapporto con la comunità scolastica. Ma la risposta non può limitarsi alla sorveglianza o alla punizione: servono indagini, ripristino degli ambienti e un lavoro educativo capace di ricostruire il senso di appartenenza a quei luoghi.
Lo stesso vale per le tragedie domestiche, come la morte di Peppe e Marina a Casal de’ Pazzi, vicenda che richiama una vulnerabilità quotidiana diversa da quella delle piazze o delle periferie interessate dagli attentati. In casi simili, prima ancora di qualsiasi lettura generale, vengono il dolore delle famiglie, la ricostruzione dei fatti e il rispetto per le verifiche degli investigatori. Mettere sullo stesso piano una tragedia familiare, un atto vandalico e una guerra tra gruppi criminali significa cancellare le differenze che aiutano a capire.
Tre livelli della sicurezza: violenza giovanile, clan e vulnerabilità quotidiana
Il primo livello è quello della prevenzione della violenza giovanile. I controlli nei luoghi della movida e nei punti di passaggio possono essere utili, soprattutto quando sono mirati e accompagnati da un’attività investigativa. Il numero delle persone identificate, però, non coincide con il numero dei reati commessi né prova l’esistenza di una gang organizzata. È un indicatore dell’attività svolta, non una fotografia definitiva del disagio di un territorio.
Il secondo livello riguarda la criminalità organizzata e gli attentati. Qui la priorità è accertare moventi, mandanti, esecutori e collegamenti, evitando etichette premature. Il terzo livello è quello della vulnerabilità quotidiana: case, scuole, strade, famiglie e persone che spesso intercettano i problemi prima delle forze dell’ordine, ma non sempre hanno strumenti per segnalarli o ricevere aiuto. Una politica seria della sicurezza dovrebbe tenere insieme questi piani senza trasformare ogni giovane in un sospetto e ogni periferia in una zona perduta.
Il nodo politico è la distanza tra l’operazione visibile e la prevenzione che produce risultati nel tempo. Un blitz può dare una risposta immediata; il contrasto allo stalking richiede protezione e ascolto; la lotta allo spaccio necessita di indagini continuative; il controllo del territorio contro i clan richiede coordinamento tra polizia, carabinieri, magistratura e amministrazioni. Nel frattempo, una scuola danneggiata o un parco abbandonato comunicano ai residenti qualcosa di molto concreto: che lo spazio pubblico può essere lasciato senza presidio.
Sullo sfondo c’è il progetto del nuovo policlinico Umberto I, con cantieri annunciati per il 2027 e un investimento da un miliardo di euro. È una promessa importante per la sanità pubblica, ma anche un test sulla capacità delle istituzioni di rispettare tempi e impegni. Un grande investimento futuro non risponde automaticamente alle emergenze di oggi, così come un nuovo presidio non può essere usato come sostituto di politiche sociali, sicurezza urbana e manutenzione ordinaria.
Roma non ha bisogno di una classifica dell’insicurezza né di una narrazione che alimenti la paura dei giovani o dei quartieri periferici. Ha bisogno di numeri verificabili, indagini portate a termine e servizi presenti prima che un conflitto degeneri. La domanda, allora, è inevitabile: quanto delle risorse destinate alla sicurezza arriva davvero nei luoghi dove il problema nasce, e quanto resta confinato all’annuncio dell’ennesima operazione?
