La Cronaca di Roma
editoriale

Quartieri nel vuoto: perché le reti sociali di Roma non bastano

L'abbandono istituzionale e le procedure frammentate lasciano famiglie e persone fragili in balia del rischio. Serve una riorganizzazione pratica e immediatamente attuabile delle reti di protezione a livello municipale.

Quartieri nel vuoto: perché le reti sociali di Roma non bastano

Le tragedie di Pietralata e l’accoltellamento di un’ex moglie con la fuga del figlio riaprono un tema: le reti sociali di Roma sono fragili, spesso incapaci di intercettare isolamento e rischio di escalation familiare.

Nel primo caso, una famiglia si è trovata a finanziare cure sperimentali all’estero del costo di decine di migliaia di euro, mentre la malattia e la solitudine diventavano ostacoli insormontabili all’accesso alle terapie. Nel secondo, la violenza è esplosa in pieno giorno, con l’aggressore rintracciato solo dopo ore di ricerche e il figlio in fuga al centro di un’emergenza di protezione minorile. Sono due volti dello stesso problema: servizi pubblici troppo lenti, punti di contatto difficili da raggiungere e una catena di responsabilità che si interrompe quando la complessità del caso supera le procedure standard.

Non è questione di buon cuore ma di organizzazione. A Roma convivono eccellenze e vuoti: sportelli socio-sanitari che funzionano a macchia di leopardo nei municipi, pochi case manager dedicati ai percorsi complessi, gestione frammentata dei fondi per cure private o per interventi urgenti. Quando si sommano povertà, malattia e conflitti familiari il risultato è spesso l’isolamento: persone che non trovano risposta né nei servizi sanitari né in quelli sociali, famiglie che non vengono monitorate, segnalazioni che non diventano interventi coordinati.

Le soluzioni pratiche esistono e sono attuabili rapidamente: istituire team multidisciplinari municipali con responsabilità operativa sui casi complessi; creare un fondo comunale per interventi sanitari urgenti e per spese di emergenza accessibile con criteri trasparenti; ampliare la rete di case manager che seguano i nuclei fragili lungo tutto il percorso; attivare unità mobili di intervento sociale e sanitario in quartieri a rischio; migliorare lo scambio di informazioni tra Questura, servizi sociali e magistratura, nel rispetto della privacy, per una risposta rapida alle situazioni di violenza domestica.

Roma non ha bisogno di slogan ma di pratiche consolidate: progetti pilota sui municipi più colpiti, formazione obbligatoria per gli operatori di prima accoglienza, numero unico potenziato per le segnalazioni con accesso diretto ai servizi sociali. Se il Campidoglio e i Municipi vogliono evitare che altri casi finiscano in cronaca nera, devono trasformare ogni segnalazione in un percorso assistito, con tempi certi e responsabilità chiare. È questa la differenza tra assistere e proteggere: e nella città che si dice vicina ai suoi cittadini, la protezione deve essere misurabile e garantita, non affidata al caso.

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