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Ater, nuovi alloggi ma conti in rosso: chi paga la missione sociale?

Ater, nuovi alloggi ma conti in rosso: chi paga la missione sociale?

Costruire case efficienti nelle periferie è una buona notizia. Ma se l’ente che dovrebbe garantire l’edilizia sociale non riesce a sostenere i costi, il problema non è solo dove costruire: è chi deve pagare il conto.

Secondo quanto riportato da Roma Repubblica, l’Ater sta portando avanti progetti per nuovi edifici, da Tor Vergata a Primavalle, puntando su costruzioni ad alta efficienza energetica anche in aree segnate da disagio e fragilità sociali. Una scommessa importante, ma difficile da vendere come soluzione miracolosa.

Perché un palazzo nuovo non basta a cambiare una periferia. Servono manutenzione, servizi, collegamenti, sicurezza e soprattutto canoni sostenibili per chi quegli alloggi dovrebbe abitarli. Altrimenti si rischia di costruire edifici moderni dentro quartieri lasciati ancora alle prese con vecchi problemi.

Il commissario dell’Ater Orazio Campo ha messo il dito nella contraddizione più pesante. “Garantiamo alloggi a fasce disagiate: dovremmo ricevere giusta compensazione tra i ricavi da canone e costi del servizio”, ha dichiarato. Tradotto: l’ente svolge una funzione pubblica, ma deve affrontare costi e regole che non sembrano tenere abbastanza conto della sua missione sociale.

Qui sta il nodo politico. Si chiede all’Ater di garantire case a chi ha meno possibilità economiche, ma poi si pretende che i conti tornino come quelli di un soggetto privato. È una pretesa difficilmente sostenibile, se non arriva una compensazione pubblica adeguata. E quando i numeri non bastano, a pagare il prezzo sono gli inquilini, i quartieri e le nuove assegnazioni.

Campo, inoltre, si è detto contrario alle vendite degli alloggi. La questione non è ideologica: ogni immobile venduto può portare risorse immediate, ma riduce il patrimonio disponibile per le famiglie che aspettano una casa. Incassare oggi può significare avere meno strumenti domani. D’altra parte, senza risorse, anche il patrimonio esistente rischia di deteriorarsi.

La politica dovrebbe allora chiarire quale Ater vuole. Un ente chiamato a fare cassa con le vendite oppure un soggetto pubblico incaricato di garantire davvero il diritto all’abitare? Tenere insieme le due missioni senza spiegare come sia possibile rischia di produrre soltanto annunci e rinvii.

La missione sociale tra costi, canoni e nuove periferie

La missione sociale dell’Ater ha un costo preciso: canoni contenuti, gestione degli immobili, interventi di manutenzione e sostegno a persone che spesso non possono reggere aumenti significativi. Se i ricavi non coprono le spese, il divario non può essere scaricato interamente sull’ente. Deve intervenire il livello pubblico competente, con risorse trasparenti e obiettivi verificabili.

Il tema riguarda anche il modello di sviluppo delle periferie romane. A Tor Vergata e Primavalle l’efficienza energetica può ridurre consumi e spese nel tempo, ma l’innovazione edilizia non sostituisce una politica urbana. Senza servizi e controlli, il rischio è che la qualità del nuovo edificio resti isolata dal contesto. La domanda, a questo punto, è semplice: Roma vuole davvero investire nell’edilizia sociale o si limita a costruire quando trova una copertura finanziaria?

La risposta non può essere affidata soltanto ai bilanci dell’Ater né a una scelta secca tra nuove costruzioni e vendite. Servono regole chiare, fondi adeguati e una responsabilità politica riconoscibile. Perché chiedere all’ente di proteggere i più fragili e contemporaneamente trattarlo come un’impresa privata non è efficienza: è una contraddizione che prima o poi presenta il conto.

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