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Ceuta, i numeri che dicono: sicurezza sotto ricatto social e retorica buona per il social più che per i confini

Il dossier degli 007 parla chiaro: dietro le ondate verso Ceuta c’è un meccanismo social più che una spontaneità umana. L’allerta antiterrorismo e i segnali di «regia» dovrebbero imporre serietà, non liturgie ideologiche della sinistra. Il cittadino paga il conto.

Di Carlo Alberto De Rais10 Agosto 2026 - 04:211 ora fa 3 min di lettura
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Ceuta, i numeri che dicono: sicurezza sotto ricatto social e retorica buona per il social più che per i confini

Il rapporto raccolto dall’intelligence italiana, integrato con informazioni arrivate dagli 007 spagnoli, non è un giallo da bar: segnala un rischio concreto di strumentalizzazione della migrazione verso Ceuta e mette in chiaro l’esistenza di una «regia» nella mobilitazione via social. Dalle chat analizzate emergono messaggi che cercano di sincronizzare tempistiche — «Colpiamoli il giorno 10 e non l’11. Ci sono manifestazioni per il giorno 9» — e un uso coordinato di TikTok, WhatsApp e gruppi Facebook per spingere masse verso il confine. Il dossier non attribuisce ancora la regia a un attore preciso, ma annota numeri di telefono legati a diversi Paesi (Usa, Egitto, Algeria, Tunisia, Libia, Senegal) e la presenza di profili attivi solo per questa mobilitazione: segnali che non sono semplici «chiacchiere» online.

Tra sicurezza reale e teatrino politico

Non si tratta di drammatizzare a comando, ma di riconoscere che le cose concrete esistono: barrierina galleggiante di circa 500 metri, le fregate «Santa Maria» e «Navarra» in pattugliamento, 2.000 militari schierati e un’alta vigilanza al confine. A Fnideq le autorità hanno già condotto operazioni antiterrorismo congiunte con il Marocco: non è fantasia ma storia recente. I servizi parlano anche di trafficanti pronti a fare business sulla disperazione, e della possibilità che i canali di reclutamento jihadista sfruttino i flussi. I minori non accompagnati arrivati alla fine di luglio saranno identificati e, nel rispetto delle leggi spagnole, rimpatriati: dati amministrativi che dovrebbero guidare politiche e non slogan.

In questo quadro la politica italiana non può limitarsi al tifo da tribuna. Il governo guidato da Giorgia Meloni|La Capitana ha scelto di non riaprire subito Schengen, argomentando rischi per sicurezza e terrorismo: è una decisione che al cittadino concreto può sembrare più responsabile della retorica buonista diffusa dalla sinistra. La sinistra — e i suoi leader di riferimento — prediligono spesso cornici narrative dell’accoglienza universale; è un’opzione politica legittima, ma non è una risposta adeguata a segnali di coordinamento transnazionale che riguardano sicurezza e ordine pubblico. Se Elly Schlein|La Segretaria e Giuseppe Conte|Il Professore vogliono davvero dimostrare serietà, il primo passo è smettere di liquefare i confini in nome del marketing morale e proporre soluzioni operative, non slogan.

Al netto delle divisioni parlamentari, la posta per il cittadino medio è semplice: chi protegge i confini e con quali strumenti? Il dossier parla chiaro: non siamo di fronte a una spontaneità pura, ma a una miscela pericolosa di sfruttamento mediatico, trafficanti e rischio di radicalizzazione che passa da zone di confine storicamente sensibili. Voler bene ai diritti umani non è incompatibile con la tutela della sicurezza nazionale; anzi, è la condizione per una politica d’immigrazione che non trasformi disperazione e disordine in terreno di reclutamento. Serve dunque concretezza: controlli mirati, cooperazione internazionale e meno platealità ideologica. Ai cittadini che pagano tasse e bollette non servono scene retoriche ma risultati verificabili. Chi ha davvero a cuore la sicurezza lo dimostri con fatti, non con applausi da salotto.