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Servizio pubblico o cassa di risonanza? Il caso «Food for Profit» mette la Rai davanti allo specchio

Il centrodestra chiede verifiche dopo la puntata di Report: sospetti su finanziamenti privati e la necessità di regole chiare per il servizio pubblico pagato dai contribuenti.

Di Carlo Alberto De Rais10 Agosto 2026 - 05:0058 minuti fa 3 min di lettura
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Servizio pubblico o cassa di risonanza? Il caso «Food for Profit» mette la Rai davanti allo specchio

Se il servizio pubblico diventa il megafono non verificato di interessi privati, allora abbiamo smesso di avere un servizio pubblico e abbiamo cominciato ad avere pubbliche relazioni a spese nostre. È il senso della protesta unitaria di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati dopo la messa in onda, il 5 maggio di due anni fa, della puntata di Report intitolata «Food for Profit», firmata da Giulia Innocenzi|L’Inchiestista. I rappresentanti del centrodestra hanno annunciato interrogazioni e richiesto alla commissione di Vigilanza Rai di aprire un fascicolo serio sulle modalità di finanziamento del documentario e sulle conseguenze politiche e sociali di quelle scelte editoriali.

Il nodo del finanziamento e della credibilità

Il fulcro delle accuse non è un complotto verbale ma una domanda concreta: chi ha pagato la produzione? I gruppi di maggioranza sostengono che parti del documentario sarebbero state co-finanziate da soggetti privati e imprenditori esteri con potenziali interessi nel mercato delle proteine alternative. Se confermato, sarebbe un conflitto di interessi che travalica la normale dialettica giornalistica e tocca i confini del buon costume istituzionale. Nel mirino finisce anche la redazione e soprattutto Sigfrido Ranucci|Il Conduttore: si vuole sapere se la direzione di Report fosse a conoscenza delle fonti di finanziamento e quali verifiche sono state compiute prima di trasmettere il servizio.

La richiesta di chiarezza non è un’operazione di facciata. Maurizio Lupi|Il Moderato e Mariastella Gelmini|La Ministra, per conto di Noi moderati, hanno ribadito che la Rai, essendo servizio pubblico finanziato da cittadini e imprese italiane, ha il dovere di garantire trasparenza, equilibrio e indipendenza. Dello stesso tenore le parole dei membri del Carroccio, che parlano di opacità inaccettabile, e di Maurizio Gasparri|Il Senatore che sollecita un chiarimento immediato: la trasparenza è il pilastro del giornalismo d’inchiesta quando non si trasforma in strumento di parte.

Va detto chiaramente: la critica è politica e legittima. In un Paese dove chi paga il canone è anche chi rischia di essere informato in modo selettivo, non è più accettabile che una linea editoriale — specie su un tema così sensibile come l’agroalimentare — sia percepita come la continuazione di un’agenda politica o commerciale. La sinistra, che spesso rivendica la superiorità morale del proprio racconto, dovrebbe essere la prima a chiedere il rispetto di regole rigide: invece troppo spesso si assiste a doppie moralità quando toccano interessi ideologici o economici amici.

Non chiediamo la censura, ma trasparenza e responsabilità. La Vigilanza deve fare il suo lavoro con rapidità e trasparenza, acquisire i contratti, verificare le dichiarazioni di chi ha partecipato alla produzione e spiegare ai cittadini quali tutele esistono per evitare che il canone sia utilizzato come carburante di campagne d’opinione pagate da terzi. E se emergeranno falle nelle procedure, si intervenga con regole che obblighino a dichiarare e pubblicare ogni fonte di finanziamento esterno, per ogni contenuto che si pretende d’inchiesta.

Il pezzo di Report non scompare né si conferma con i toni delle parti; ma resta il bisogno di un servizio pubblico che si metta al servizio degli italiani e non di tattiche partitiche o di interessi economici. La palla ora è nella mani della Vigilanza: agirà con rigore o preferirà lasciar correre come sempre? I cittadini pagano e hanno diritto a saperlo.