Se il servizio pubblico diventa il megafono non verificato di interessi privati, allora abbiamo smesso di avere un servizio pubblico e abbiamo cominciato ad avere pubbliche relazioni a spese nostre. È il senso della protesta unitaria di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati dopo la messa in onda, il 5 maggio di due anni fa, della puntata di Report intitolata «Food for Profit», firmata da Giulia Innocenzi|L’Inchiestista. I rappresentanti del centrodestra hanno annunciato interrogazioni e richiesto alla commissione di Vigilanza Rai di aprire un fascicolo serio sulle modalità di finanziamento del documentario e sulle conseguenze politiche e sociali di quelle scelte editoriali.
Il nodo del finanziamento e della credibilità
Il fulcro delle accuse non è un complotto verbale ma una domanda concreta: chi ha pagato la produzione? I gruppi di maggioranza sostengono che parti del documentario sarebbero state co-finanziate da soggetti privati e imprenditori esteri con potenziali interessi nel mercato delle proteine alternative. Se confermato, sarebbe un conflitto di interessi che travalica la normale dialettica giornalistica e tocca i confini del buon costume istituzionale. Nel mirino finisce anche la redazione e soprattutto Sigfrido Ranucci|Il Conduttore: si vuole sapere se la direzione di Report fosse a conoscenza delle fonti di finanziamento e quali verifiche sono state compiute prima di trasmettere il servizio.
La richiesta di chiarezza non è un’operazione di facciata. Maurizio Lupi|Il Moderato e Mariastella Gelmini|La Ministra, per conto di Noi moderati, hanno ribadito che la Rai, essendo servizio pubblico finanziato da cittadini e imprese italiane, ha il dovere di garantire trasparenza, equilibrio e indipendenza. Dello stesso tenore le parole dei membri del Carroccio, che parlano di opacità inaccettabile, e di Maurizio Gasparri|Il Senatore che sollecita un chiarimento immediato: la trasparenza è il pilastro del giornalismo d’inchiesta quando non si trasforma in strumento di parte.
Va detto chiaramente: la critica è politica e legittima. In un Paese dove chi paga il canone è anche chi rischia di essere informato in modo selettivo, non è più accettabile che una linea editoriale — specie su un tema così sensibile come l’agroalimentare — sia percepita come la continuazione di un’agenda politica o commerciale. La sinistra, che spesso rivendica la superiorità morale del proprio racconto, dovrebbe essere la prima a chiedere il rispetto di regole rigide: invece troppo spesso si assiste a doppie moralità quando toccano interessi ideologici o economici amici.
Non chiediamo la censura, ma trasparenza e responsabilità. La Vigilanza deve fare il suo lavoro con rapidità e trasparenza, acquisire i contratti, verificare le dichiarazioni di chi ha partecipato alla produzione e spiegare ai cittadini quali tutele esistono per evitare che il canone sia utilizzato come carburante di campagne d’opinione pagate da terzi. E se emergeranno falle nelle procedure, si intervenga con regole che obblighino a dichiarare e pubblicare ogni fonte di finanziamento esterno, per ogni contenuto che si pretende d’inchiesta.
Il pezzo di Report non scompare né si conferma con i toni delle parti; ma resta il bisogno di un servizio pubblico che si metta al servizio degli italiani e non di tattiche partitiche o di interessi economici. La palla ora è nella mani della Vigilanza: agirà con rigore o preferirà lasciar correre come sempre? I cittadini pagano e hanno diritto a saperlo.
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