Sigfrido Ranucci|Il Condottiero, Giulia Innocenzi|La Contestatrice, Valter Lavitola|Il Personaggio, Giorgio Mottola|Il Vecchio Fedele, Giulio Valesini|L’Ufficiale, Paolo Mondani|Il Difensore
Se c’è un tratto che rende il caso della redazione di Report asfittico e insieme rivelatore, è la miscela di autoreferenza e immunità pratica: una squadra di una dozzina di assunti e una cinquantina di esterni che vive «a parte» dentro la direzione Approfondimento, con regole proprie e una gestione che somiglia più a una repubblica privata che a uno studio del servizio pubblico. Il punto non è personale: è istituzionale. Quando Il Condottiero ricopre allo stesso tempo il ruolo di caporedattore e la carica di vicedirettore, la mancanza di separazione tra chi dirige i contenuti e chi sovrintende alla struttura diventa un problema di trasparenza, specialmente in uno spettacolo che si autodefinisce paladino dei poteri.
La fronda: richiesta di regole o tentativo di restaurazione?
Le riunioni interne — emerse come fonti di malumore e proposte — non sono una novità nelle redazioni che lavorano su inchieste complesse; qui però spicca il fatto che persone definite “esterni” abbiano voce quasi pari agli assunti, mentre manca un organo sindacale proprio per quello specifico programma. Da quelle assemblee sono nate idee concrete: convocazioni periodiche, un coordinamento stabile e la proposta di affiancare all’attuale guida due figure di raccordo. I nomi circolati — Il Vecchio Fedele e L’Ufficiale — non erano suggerimenti ideologici ma tentativi di introdurre paletti amministrativi. È comprensibile che Il Condottiero abbia reagito male alla bozza che, secondo i presenti, «l’avrebbe stracciata»: è altrettanto comprensibile che la Rai si interroghi su come funzioni davvero quella autonomia.
Da cittadino che paga il canone e da osservatore politico che non ama i favori a senso unico, la questione è semplice. Se il servizio pubblico tollera zone franche dove linee editoriali e scelte amministrative si confondono, perde credibilità. Se invece la reazione è soltanto il fumo delle correnti interne, con ritrattazioni imposte e note pubblicate solo dopo il via libera del caporedattore, allora la Rai dimostra poca voglia di regolare i conflitti prima che diventino scandalo. Non è un caso che l’azienda, secondo quanto riportato, stia valutando la condotta di Il Condottiero e ipotizzando una successione senza aspettare la Procura: evidentemente la presunzione di autonomia non protegge più automaticamente.
I rancori interni si mescolano al contesto politico: le sparizioni di note dal sito e le polemiche sollevate da consiglieri di opposizione dimostrano che la partita non è solo interna alla redazione, ma riguarda equilibrio e responsabilità pubblica. Si può essere schierati, si può fare giornalismo militante, ma non si può chiedere al pubblico di pagare con la fiducia quando le regole appaiono elastiche per alcuni e rigide per altri. È il momento in cui la Rai deve scegliere tra difendere una nicchia autoreferenziale o ristabilire regole che tutelino davvero il servizio pubblico. I cittadini, quelli che ogni mese pagano il conto, meritano una risposta chiara — e non teatrini interni che puzzano più di privilegio che di indignazione morale.


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