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Sinistra senza bussola: a Roma pagano cittadini e servizi, non i selfie

La diagnosi del dibattito politico è chiarissima: coalizioni costruite sull’emergenza elettorale invece che sulle idee. Il risultato è una sinistra divisa che abbandona la politica quotidiana dei cittadini.

Di Carlo Alberto De Rais10 Agosto 2026 - 08:0052 minuti fa 3 min di lettura
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Sinistra senza bussola: a Roma pagano cittadini e servizi, non i selfie

Massimo Cacciari|Il Filosofo ha messo il dito sulla piaga e, per una volta, non su una questione urbanistica: il vero problema del centrosinistra non è tattico ma strutturale. Non si tratta solo di spartirsi segreterie o posti in lista: manca un orizzonte comune su ciò che conta davvero per chi vive a Roma — trasporti, sanità, sicurezza, tasse locali — e sulle grandi scelte internazionali che condizionano anche le nostre vite. Quando una coalizione nasce perché «bisogna sopravvivere elettoralmente» si crea un cartello di interessi temporanei, non una casa politica capace di governare con continuità.

Dove la narrazione sostituisce la politica

Il vuoto di dibattito organico produce due effetti concreti. Primo: le decisioni diventano fotogeniche e immediate, pensate per la campagna elettorale, non per la città; si vota l’immagine del leader, non la sua proposta su come gestire i flussi migratori o rafforzare le periferie. Secondo: l’assenza di linee condivise spalanca la strada a compromessi frettolosi tra correnti interne, ognuna più interessata a sopravvivere che a decidere. Qui la critica deve essere diretta: chi guida il Partito democratico e chi pretende di ricomporre l’alleanza — e mi riferisco alla segreteria nazionale e ai coach delle trattative — devono spiegare ai cittadini perché la priorità è scegliere il candidato più «fotogenico» invece di un progetto sul lavoro, sulle scuole, sui servizi.

Il confronto interno, quello che in passato forgiava programmi e linee politiche, viene sostituito da summit estemporanei e comunicati alla stampa. È un’ottima ricetta per lasciare spazio a soluzioni provvisorie, incapaci di affrontare temi come l’immigrazione non regolata, che a Roma si traduce in pressione sui servizi e in gestione emergenziale delle politiche sociali. Criticare l’assenza di politiche chiare non è xenofobia: è chiedere che lo Stato recuperi controllo, regole e capacità di pianificazione, invece di scaricare tutto sulle amministrazioni locali già al collasso.

La destra, da parte sua, ha il vantaggio politico di presentare narrative più nette — per quanto si possano contestare singole proposte — e questo si traduce in coesione elettorale. Non è un merito ideologico, è un fatto pratico: una comunicazione coerente vince sul rumore di fondo. Se la sinistra non smette di considerare la politica come un campionato di tifosi e riprende il lavoro paziente di costruire una visione condivisa, continuerà a perdere terreno non tanto per colpa degli avversari quanto per colpa della propria miopia strategica. E intanto chi paga è il cittadino romano che vede servizi peggiorare mentre i partiti si contendono solo la scena.

La provocazione finale è semplice: se il centrosinistra vuole davvero tornare credibile deve scegliere tra due strade — ricostruire un dibattito reale al proprio interno, rinunciando alle scorciatoie, oppure accettare di restare una coalizione di facciata. Alla prova dei fatti, Roma non ha tempo per le seconde scelte.