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La Capitana esporta il modello ‘Albania’: hub in Africa, soldi Ue e mille contraddizioni

La Capitana prova a trasformare un incidente di frontiera in successo diplomatico: hub di rimpatrio in Paesi terzi, fondi europei e una lista di Stati che include anche nazioni non africane. Il vero problema? Priorità, coerenza e costi che pagheranno i cittadini.

La Capitana esporta il modello ‘Albania’: hub in Africa, soldi Ue e mille contraddizioni

Giorgia Meloni|La Capitana ha deciso che l’emergenza di Ceuta non può restare un incidente: diventa strategia. In poche ore è nata la lettera dei “22”, la chiamata alle armi europea su controlli e rimpatri, e l’idea chiave è semplice e rude: costruire nuovi centri di rimpatrio sul modello Albania, ma finanziati dall’Unione e posizionati — si dice — «in Africa». Dietro la mossa c’è la necessità politica di dimostrare che la premier non è isolata: una mossa di immagine interna che si veste da politica estera, con la speranza di portare altri governi a bordo e di zittire gli avversari domestici.

La scommessa dei 22 e le assenze rumorose

La missiva nasce in parte da un confronto internazionale: la telefonata con Mette Frederiksen|La Danese e l’aggregazione dei cosiddetti “like minded”, quella piattaforma che mette insieme Stati favorevoli a misure dure contro l’immigrazione irregolare. La Germania ha dato la sua firma politica, mentre l’assenza di Parigi è stata letta a Roma come una scelta politica più che di merito, considerata la vicinanza politica tra il presidente spagnolo e il presidente francese. Sul piano domestico la comunicazione è stata studiata per ridurre lo spazio alla critica: una frecciata a chi, dall’opposizione, parla di diritti ed empatia. Ma la politica estera non è un selfie, e qui i conti vanno fatti sul serio.

Il piano, per come viene descritto, è economico e logistico insieme: usare i fondi europei per creare hub che accelerino i rimpatri, legare incentivi commerciali (il programma Gsp+, in vigore dal 1° gennaio 2027) alla collaborazione dei Paesi terzi nella riammissione dei propri cittadini. Fin qui, una logica di hard bargaining. Il punto che nessuno sembra voler ammettere però è elementare: la lista preliminare dei potenziali partner include Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia. Tradotto: non tutto quel che viene venduto come «Africa» lo è davvero, e la selezione di paesi solleva domande su diritti, garanzie e, soprattutto, sulla sostenibilità politica ed economica di trasferire responsabilità europee altrove.

Intanto, la reazione a Madrid e la sospensione temporanea dei collegamenti Schengen ha un sapore più punitivo che risolutivo. Sul fronte interno la mossa serve anche a schermare critiche: un refrain ripetuto è che «La Capitana non è isolata», mentre l’opposizione ricorda efficacemente che «ne ha rimpatriati più Sánchez in 48 ore che Meloni in quattro anni». Matteo Piantedosi|Il Prefetto porterà il dossier al Consiglio europeo, e Antonio Tajani|Il Diplomatico ha lavorato dietro le quinte. Ma restano domande concrete: chi pagherà davvero questi hub? Quali garanzie avranno i migranti? È accettabile che l’Europa scarichi su Paesi lontani problemi strutturali che riguardano lavoro, integrazione e sviluppo interno? E, infine, se lo scopo è mostrare forza e autonomia, vale la pena barattare parte della sovranità e della trasparenza con patti economici al ribasso e contraddizioni geografiche?

La partita è aperta, la retorica è pronta, ma la pratica chiede democrazia, controlli e soprattutto costi che non siano solo simbolici. La domanda che resta è semplice: vogliamo soluzioni che realmente risolvano o scenografie che servono solo a coprire la polvere sotto il tappeto politico?

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