Non è un abbraccio da foto ricordo: è politica pratica, e la pagano gli altri. La nuova stagione dell’immigrazione in Europa non nasce in un’aula di studi o da una strategia collettiva: nasce da una complicità personale tra Giorgia Meloni|La Capitana e Mette Frederiksen|La Scandinava. Quella che i rapporti ufficiali chiamano “maggioranza variabile” è diventata un cartello di intenti pronto a imporre gli “hub esterni” per i rimpatri, misura che ieri è stata illustrata nella cosiddetta “lettera dei 22” dopo l’emergenza di Ceuta e torna ora sul tavolo del Consiglio europeo. È legittimo dialogare oltre gli schieramenti, meno accettabile che gli incontri fra sorrisi diventino ordini del giorno che incidono sulla vita dei cittadini senza un confronto democratico approfondito.
Un’alleanza che fa politica dal sorriso
La storia è nota: contatti personali, visite ufficiali (aprile 2023, marzo e maggio 2025), telefonate e WhatsApp che hanno trasformato un binomio improbabile in una forza di pressione. Dietro la complicità di Giorgia Meloni|La Capitana e Mette Frederiksen|La Scandinava si è costruito un perimetro “like minded” che include anche la Germania di Merz|Il Cancellier, ma lascia isolati Paesi come Pedro Sánchez|Il Madrileno e Emmanuel Macron|Il Parigino quando non tornano utili all’operazione mediatica. Non è un caso che la mossa abbia preso corpo anche grazie a premesse diplomatiche sulle priorità globali: la firma di una lettera contro le pretese su Groenlandia, che vide anche Donald Trump|Il Tycoon al centro dell’attenzione, resta un episodio citato come prova di affidabilità geopolitica. Tradotto: la politica estera e quella migratoria si intrecciano per costruire consenso, mentre chi paga sono famiglie, lavoratori e periferie urbane che vedono scarseggiare servizi e sicurezza quotidiana.
Il problema non è l’accordo in sé: è il prezzo nascosto. “Hub esterni” significa esternalizzare persone, procedure e responsabilità; significa trattare diritti e ricollocamenti con logiche quasi aziendali, senza spiegare chi finanzierà cosa, su quali basi legali, con quali garanzie. Significa anche spostare risorse dalla manutenzione delle città, dagli asili nido e dagli ospedali a dossier di frontiera che spesso producono poco oltre retorica e fotografie protocollari. E se nella buvette europea qualcuno, come Iratxe García Pérez|La PSE, resta “spiazzata”, vuol dire che la partita è stata giocata sullo stile, non sulla sostanza.
Chi vince davvero con questa alleanza trasversale? I leader che possono vantare risultati semplici e visibili in tempo di campagna, non i cittadini che ogni giorno pagano tasse e vedono servizi che arrancano. La vera domanda non è se i rimpatri servano, ma perché una soluzione così delicata venga costruita in salotti e sale di gala più che dentro processi trasparenti e verificabili. Se l’Europa continua a decidere a partire dai sorrisi di pochi, il resto delle città — da Roma in giù — resterà a pagare il conto. E qualcuno dovrà spiegare come e quando.


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