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Quattordicenni imputabili per decreto: la scorciatoia punitiva del governo che scarica i problemi sulle aule di tribunale

Il dl approvato dal Consiglio dei ministri instaura una presunzione di capacità per i 14-17enni: promessa di fermezza, sostituzione delle politiche preventive e nuovo onere ai magistrati. Una scelta politica che puzz a di messaggio facile più che di soluzione.

Di Carlo Alberto De Rais3 Agosto 2026 - 00:201 ora fa 2 min di lettura
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Quattordicenni imputabili per decreto: la scorciatoia punitiva del governo che scarica i problemi sulle aule di tribunale

di Rinaldo Frignani|IlCronista

Il Consiglio dei ministri ha appena deciso di trasformare una questione di prevenzione sociale in un titolo da prima pagina: la capacità di intendere e di volere dei minorenni tra i 14 e i 17 anni diventa «presunta fino a prova contraria». Tradotto: non serve più dimostrare caso per caso che un ragazzo fosse immaturo al momento del fatto, salvo che si producano elementi contrari nel corso del procedimento. È una mossa che suona di pugno duro, ma è soprattutto una scorciatoia comunicativa: la politica proclama severità mentre evita di occuparsi delle vere ragioni dietro la devianza giovanile — scuole che non funzionano, servizi territoriali smantellati, famiglie lasciate sole.

La legge che promette ordine ma lascia i conti aperti

Dal punto di vista tecnico la modifica riguarda l’articolo 98 del Codice penale e l’articolo 9 del d.P.R. 448/1988: la capacità è ora presunta per chi ha quattordici anni compiuti, la soglia di imputabilità non scende, ma si sposta il peso della prova. Restano possibili esclusioni dell’imputabilità se il giudice o il pubblico ministero raccolgono elementi convincenti sulla immaturità del minore. I numeri citati da Save the Children dovrebbero far riflettere: le sentenze di non luogo a procedere per immaturità sono calate da 256 nel 2004 a 110 nel 2014 e a 60 nel 2024; nello stesso anno il tribunale per i minorenni ha disposto solo quattro proscioglimenti. Segno che il problema non è la legge, ma l’assenza di percorsi veri di valutazione e recupero.

La comparazione internazionale non giustifica la fretta. Francia, Spagna e Germania richiamano a sistemi che differenziano per età e per gravità, puntando su misure educative e alternative; il Regno Unito è assai più duro ma riceve critiche dalle Nazioni Unite; negli Stati Uniti la frammentazione statale produce risultati incoerenti e spesso disumanizzanti. L’Italia sceglie la via mediatica: apparire decisa piuttosto che organizzare investimenti seri in tutela, riabilitazione e giustizia minorile.

Al cittadino che paga tasse e manda i figli a scuola interessa poco che il governo vinca l’ennesima battaglia comunicativa: vuole sicurezza reale, scuole funzionanti e servizi che prevengano la devianza prima che diventi reato. Se la presunzione voluta dall’esecutivo servirà solo a congestionare procedure, a trasformare giovani in imputati per colmare una percezione di insicurezza, allora avremo scambiato la politica per un proclama. La domanda è semplice: più telecamere e norme restrittive o investimenti veri nelle comunità e nei servizi che impediscono che i ragazzi finiscano in quel labirinto giudiziario?