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Val di Susa, la sicurezza come scenografia: il governo applaude la divisa e ignora il resto

Scontri in Val di Susa, blindati in fiamme, rinforzi e frontiere chiuse: la risposta di Palazzo Chigi è tutta immagine e muscoli. Dietro la solidarietà alle forze dell'ordine c'è una scelta politica che mette i cittadini sullo sfondo.

Di Carlo Alberto De Rais2 Agosto 2026 - 15:211 ora fa 3 min di lettura
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Val di Susa, la sicurezza come scenografia: il governo applaude la divisa e ignora il resto

La Val di Susa è tornata a essere il palcoscenico perfetto per la messinscena che piace a Palazzo Chigi: fiamme sui blindati, molotov in aria, telecamere e il ritornello istituzionale della «solidarietà alle forze dell’ordine». Che si pronunci «Noi siamo con le forze dell’ordine» o che la premier lo ribadisca in visita, il messaggio è semplice e immediato. Lo ha fatto sapere anche Giorgia Meloni|La Premier dopo gli scontri alla «Festa dell’Alta felicità», mentre i carabinieri ancora fumavano e il Viminale aveva inviato 600 uomini di rinforzo e – si dice – chiuso le frontiere con la Francia. È legittimo garantire l’ordine pubblico; è discutibile trasformarlo in un atto di comunicazione permanente che mette al centro la divisa e quasi mai le persone comuni che pagano tasse e servizi.

La strategia politica sotto il casco

Non è necessario essere cospirazionisti per vedere che la rapidità della solidarietà istituzionale ha un senso politico evidente: sicurezza come argomento-elettorale. Matteo Piantedosi|Il Ministro della Stretta ha parlato di volontà di escalation e ha ricordato che «c’è chi considera la violenza uno strumento legittimo di contrapposizione politica», parole pesanti che meritano attenzione, ma che non dovrebbero diventare l’unico motivo per accendere riflettori permanenti. Al fianco della premier si schierano Antonio Tajani|Il Vice e Matteo Salvini|Il Vice, come fosse una sfilata in uniforme; e pure la visita a reparti di polizia a Roma serve a voltare pagina dopo l’inciampo che coinvolse Carmelo Cinturrino|L’Agente, destituito e poi arrestato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri|La Vittima. Si dice «una mela marcia», si esibisce vicinanza, si afferma il solco netta tra istituzioni e violenti: tutto legittimo, fino a quando non diventa copertura per evitare dibattiti su prevenzione, inclusione e risposte concrete al disagio sociale.

Chi paga il conto reale?

La militarizzazione temporanea di una valle, le immagini delle auto in fiamme, la retorica del presidio democratico sono uno spettacolo che costa. Lo pagano le comunità locali, i pendolari, le famiglie che non vedono investimenti duraturi nella sicurezza quotidiana né nella manutenzione dei servizi pubblici. Se il governo sceglie la strategia del «siamo con la divisa» come primo e spesso unico argomento, allora sta implicitamente decidendo dove mettere le risorse e quali problemi considerare prioritari. È un diritto mettere in campo uomini e mezzi per garantire ordine, ma è doveroso chiedere conto delle priorità: si investe per arginare tragedie reali o per costruire una narrativa che serve più alla politica che ai cittadini? E mentre si evocano comitati antiterrorismo e si rinforzano presidi, chi spiega ai contribuenti perché non si investe altrettanto in prevenzione sociale, servizi pubblici e risposte locali?

La risposta furiosa e legittima dello Stato contro chi usa la violenza non deve diventare una pratica automatica che sostituisce il dibattito sulle cause e sulle priorità. I cittadini normali, quelli che pagano tasse e restano lontani dai black bloc, meritano un governo che spieghi — con fatti e non solo con slogan davanti alle telecamere — come intende proteggere la democrazia senza trasformare ogni emergenza in un atto di campagna. Se la sicurezza è un valore, dimostriamolo con scelte che migliorino la vita quotidiana e non soltanto con gesti coreografici che piacciono ai talk show.